SETTEBELLISSIMO!

Un’Italia straordinaria batte la Croazia (9-8) e raggiunge la Serbia nella finalissima che vale l’oro mondiale.

L’Italia è in finale, l’Italia si gioca la medaglia d’oro ai Mondiali di nuoto di Shanghai. Fa quasi impressione leggerlo, sembra un urlo assordante, che rimbomba anche solo a dirlo tra sé e sé. Due anni fa, non un’era geologica: azzurri undicesimi in casa, a Roma, nonostante il calore dei compaesani, scivolati in graduatoria dietro Australia, Canada, Germania, Romania. Passano due estati: l’Italia batte, per la seconda volta nel giro di un mese, una potenza mondiale come la Croazia e torna a disputare una finale mondiale a otto anni di distanza dall’argento di Barcellona. Una vittoria emozionante, leggendaria, forse ancor più netta di quanto indicato dal 9-8 finale. E forse stavolta è proprio vero che l’allievo Sandro Campagna ha superato il magister Ratko Rudić.

Talvolta le statistiche hanno un valore limitato, talvolta non forniscono l’esatta chiave di lettura di un evento sportivo, di una partita. Eppure c’è un dato che dà da pensare, eccome: Croazia incapace di segnare un gol che fosse uno in oltre quindici minuti di gioco – è successo nella prima metà dell’incontro -, Croazia abile a sfruttare appena una situazione di superiorità numerica, su otto a disposizione, in oltre tre tempi. Insomma, i balcanici per una volta sono proprio gli azzurri. Che, proprio in chiusura di primo tempo, spezzano gli equilibri con Figari su uomo in più e, nei primi due minuti del successivo parziale, volano addirittura sul 3-0 con la palombella di Gallo, un capolavoro della balistica, e con la controfuga di Presciutti. Irriconoscibili i croati, imbambolati da una difesa magistrale dell’Italia e impotenti davanti ad un Tempesti impressionante: il gol che fa cancellare lo zero sul tabellone del Natatorium lo sigla, peraltro aiutato dalla fortuna, il recchelino Burić a venticinque secondi dall’intervallo lungo.

Sembra un sogno, eppure è tutto vero. Anzi, il terzo parziale si apre pure con il rigore di Joković che dimezza lo svantaggio, ma si conclude con il destro micidiale di Giorgetti dalla linea dei cinque metri che non grazia Pavić e dà all’Italia il massimo vantaggio (8-4). In mezzo ci sono altri due gol dell’attaccante di origini ungheresi, autentica rivelazione del Settebello da un mese a questa parte, un’intuizione di Felugo che trova lo spiraglio tra palo e portiere e l’opportunismo di Deni Fiorentini, mezzo croato e mezzo italiano, in superiorità numerica su passaggio illuminante di Presciutti. Un sogno, un dolcissimo sogno. Che non può durare in eterno: feriti nell’orgoglio, i croati reagiscono rabbiosamente. Azzeccano le superiorità numeriche, nell’ultimo tempo, e Bošković e Bušlje mirano l’incrocio dei pali, laddove Tempesti non riesce a piazzare le sue lunghe leve: segniamo solamente con Gallo, oggi un’iradiddio, su uomo in più e nei cinque minuti conclusivi non battiamo Pavić. Di più: perdiamo Gitto e Pérez per raggiunto limite di falli. Poco male, comunque: in tre tempi il Settebello ha accumulato un vantaggio di quattro reti, tanto ci basta per arrivare vincenti al fischio finale di Borrell e Koganov.

E adesso sarà finale mondiale, otto anni dopo Barcellona. Sarà finale mondiale contro la Serbia, capace di vincere contro l’Ungheria – ai supplementari – una partita che sembrava già persa. Sarà contro la nazionale che ci ha battuto sul filo di lana a Firenze, nella World League: anche lì arrivavamo da una semifinale vinta sulla Croazia, ma in quel caso festeggiammo solo dopo i tiri di rigore. Oggi no: l’Italia è stata  ancor più brava nella gestione psicologica, nell’organizzazione tattica, nell’interpretazione della gara, nella tenuta atletica. E adesso anche la Serbia, forse, inizia ad avere paura.

 

Giovedì 28 luglio 2011
CROAZIA-ITALIA 8-9 (0-1, 1-2, 3-5, 4-1)
Natatorium, Shanghai

 

CROAZIA: Pavić, Burić 1, Bošković 3, Dobud 1, Joković 1 (1 rig.), Muslim, Karač, Bušlje 1, Sukno 1, Barač, Paškvalin, Obradović, Buljubašić. All. Rudić.

ITALIA: Tempesti, Pérez, Gitto, Figlioli, Giorgetti 3 (1 rig.), Felugo 1, Figari 1, Gallo 2, Presciutti 1, Fiorentini 1, Aicardi, Deserti, Pastorino. All. Campagna.

ARBITRI: Borrell (ESP) e Koganov (AZE).

NOTE: superiorità numeriche Italia 3/9 + 1 rig., Croazia 4/11 + 1 rig. Espulsi definitivamente Gitto a 3’15” qt e Pérez a 0’18” qt per somma di falli.

FILOSOFIE (CALCISTICHE) A CONFRONTO

Barcellona-Real Madrid, eterna sfida non solo tra capitale e Catalogna ma tra due diversi modi di vivere il calcio

Alla fine il Barcellona di Guardiola ce l’ha fatta. Al netto di tutte le polemiche, saranno proprio i Blaugrana a disputare la finale londinese di Champions League. Il tutto dopo aver superato, in un doppio confronto molto sentito, gli acerrimi rivali di sempre.

Barcellona-Real non è però una semplice partita di calcio: è molto di più. Innanzitutto, è uno scontro tra filosofie: da una parte il Barça dei tantissimi canterani, dall’altra il (fu) Real Galáctico, da una parte il tiki-taka, dall’altra l’attendismo targato Mourinho.

E il doppio confronto di Champions ha dimostrato come in questo momento non ci sia confronto tra le due filosofie e non è un caso se il Barcellona giocherà la seconda finale di Champions degli ultimi tre anni.

Sono i più forti. E riuscire a raggiungere questi traguardi con così tanti giocatori provenienti dalle giovanili deve essere un motivo d’orgoglio in più. Nel match di ritorno, ad esempio, ben otto erano i canterani schierati da Guardiola: davvero incredibile.

Ed è un risultato, quello che riguarda la qualificazione alla finale, che parte davvero da lontano. Proprio perché il lavoro dietro a questa squadra non si esaurisce nell’arco di un anno o poco più.

La maggior parte di questi giocatori sono infatti stati presi ragazzini, svezzati e cresciuti con una certa impronta per farli diventare giocatori professionisti di alto livello che potessero incastonarsi al meglio nella macchina della prima squadra.

L’esatto contrario di quanto viene fatto a Madrid, dove da un anno all’altro partono rivoluzioni e cambi d’allenatore e dove si finisce sempre per ammonticchiare talento – specialmente offensivo – un po’ a casaccio.

Veder arrivare Kakà e Ronaldo in una sola estate è, sicuramente, galvanizzante. Ma dominare il calcio mondiale con un progetto partito anche dieci o quindici anni prima lo deve essere di più.

E la differenza tra le due filosofie sta qui: da una parte si programma, dall’altra si vive alla giornata, pensando che i soldi possano coprire in ogni caso qualsiasi falla. Ma così non è.

Questo Barcellona-Real in particolare, dunque, non è stato uno scontro solo tra le due più grandi potenze del calcio spagnolo, ma anche tra due approcci differentissimi di interpretare il calcio.

Veder giocare il Barcellona è un vero e proprio piacere per gli occhi: densità di gioco in ogni zona del campo, tecnica sopraffina, trame offensive fittissime e studiate, talento da vendere, capacità di verticalizzare a piacimento. E l’azione del gol di Pedro dimostra come questa squadra, grazie ai grandissimi campioni di cui dispone, sia abile proprio nelle verticalizzazioni, infilando le difese avversarie come burro.

Assolutamente inadeguato, invece, l’approccio scelto da Mourinho, uno che non si fa certo troppi scrupoli nell’affidarsi al catenaccio. Un conto, però, è farlo all’Inter, altro al Real. Perché a Milano aveva i giocatori giusti per poterci provare (e riuscire, come dimostrano i risultati), perché il calcio spagnolo ha una cultura ben diversa da quella italiana e perché in una squadra con la storia del Real Madrid è quasi una bestemmia.

Due filosofie a confronto, insomma. E, forse, non si può far altro che gioire nel vedere che a spuntarla, alla fine, sia stata quella che punta sul vivaio e sul bel gioco.

QUANDO FRANCO COMMISSARIÒ IL BARCELLONA

Ritrovato da “La Vanguardia” il primo statuto del Barcellona dopo la guerra civile, che sancì la sua sottomissione al regime franchista.

“Il Barça è l’esercito disarmato della Catalogna.” (Manuel VázquezMontalbán, 1999)

Per la Catalogna la caduta di Barcellona il 26 gennaio 1939, e l’entrata in città dell’esercito falangista del generale Franco, non era stata soltanto il capolinea della democrazia, ma aveva significato anche la fine di ogni autonomia e l’inizio di un lungo periodo di sottomissione pressoché assoluta nei confronti del potere centrale.

Il Fútbol Club Barcelona era stato nel ventennio precedente uno dei simboli principali dell’orgoglio catalano, soprattutto durante gli anni venti. Non a caso, il 14 giugno 1926, all’epoca della dittatura del generale Primo de Rivera, i sessantamila presenti allo stadio barcellonese di Les Corts avevano fischiato all’unisono l’esecuzione della Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo, e avevano applaudito quella di God Save the King.

Le autorità militari non potevano accettare l’accaduto con spirito di tolleranza. Dopo avere rispedito nella sua patria svizzera il presidente e fondatore Joan Gamper, avevano squalificato il Barcellona per sei mesi, spingendolo ad un passo dalla bancarotta, da cui si era salvato solo grazie all’intervento delle banche catalane e alla raccolta di fondi dei tifosi. Con l’avvento dell’effimera seconda repubblica, il ritorno della libertà in Catalogna, come del resto in tutto il paese, aveva strappato al Barcellona il ruolo di valvola di sfogo della frustrazione politica, riportando i tifosi in un ambito più strettamente calcistico.

E sempre più coinvolti dai fatti politici, i tifosi-soci della squadra, che erano oltre 12mila a metà degli anni venti,avevano cominciato a distaccarsi, per poi crollare a poco più di duemila durante gli anni della guerra civile, quando le attività sportive erano ormai ridotte al rango di incontri ufficiosi. La maggior parte dei sostenitori erano impegnati nei combattimenti, e altri ancora avevano dovuto riparare oltre confine, in Francia. Per il club catalano era stato un periodo devastante: il 6 agosto 1936 il suo presidente Josep Sunyol, un industriale dello zucchero di fede repubblicana, era stato catturato dai franchisti nella Sierra di Guadarrama,e lì fucilato senza processo; poi poco meno di due anni dopo, la storica sede sociale in Calle Consell de Cent era stata colpita da un bombardamento aereo notturno che l’aveva completamente distrutta.

È quindi facile immaginare in quale situazione disastrosa potesse trovarsi il Barcellona al momento dell’ingresso in città delle truppe di Franco. Solo lo stadio di Les Corts, adibito a deposito di munizioni durante la guerra civile, era potuto rimanere intatto, grazie all’abbandono delle milizie repubblicane, senza opposizione di resistenza, all’esercito falangista. In un tale contesto, epurare la dirigenza del club da tutti gli elementi sgraditi al regime risultò quindi un’operazione facilissima, e nell’aprile del 1939 era stata formata una commissione con l’incarico di preparare il terreno per una futura gestione. Anche se questa commissione era composta prevalentemente da membri scelti tra i soci della squadra, le era stato affiancato un capitano della Guardia Civil, che riferiva puntualmente l’andamento dei lavori agli organi del governo centrale.

Sotto una simile pressione, in meno di un anno la missione poté definirsi compiuta, e fu possibile reclutare un nuovo presidente e una nuova giunta direttiva, che avrebbero dovuto sradicare l’anima catalana dal Fútbol ClubBarcelona. Il nome del primo presidente del Barça,nominato direttamente da Madrid, per l’esattezza dal Consiglio Nazionale dello Sport, doveva avere innanzitutto delle credenziali di fedeltà assoluta al regime; e a questo fine la scelta era caduta suun capitano dell’esercito di cinquantasette anni in ottimi rapporti con il generale José Moscardó: Enrique Piñeyro Queralt, Marchese de la Mesa de Asta, per il quale il calcio era chiaro come un’equazione differenziale di secondo grado.

Lo zelante marchese de la Mesa de Asta si mise immediatamente in moto per stilare un nuovo statuto del club che cancellasse con un colpo di spugna ogni residua traccia di democrazia e indipendentismo. Riuscì a redarlo in tre mesi, presentandolo al Consiglioil 12 giugno del 1940, e dopo oltre settant’anni di oblio, questo statuto è stato rinvenutolo scorso 11 marzo dalla redazione sportiva del quotidiano catalano La Vanguardia.

Con questo statuto, l’anima del club azulgrana veniva completamente stravolta, a cominciare dall’emblema, dal quale veniva cancellata la senyera, la bandiera catalana, sostituita da due strisce rosse verticali su campo giallo, sullo stile di quella della Spagna. Anche la composizione del consiglio direttivo subiva una trasformazione sostanziale, e non veniva più richiesto che i suoi membri fossero necessariamente soci del club. Ma il vero colpo di scure si abbatteva sulle modalità di elezione del presidente, che venivano abrogate in toto, e sostituite con la nomina diretta da parte della federazione calcistica spagnola, a propria volta poco più che un’appendice del governo.

In un articolo seccessivo si dichiarava che il club poteva anche venire sciolto con una semplice decisione della federazione calcistica, e lo stadio di Les Corts passava di mano, a beneficio dei rivali dell’Espanyol, squadra dal passato (e anche dal nome) decisamente più rassicurante per i nuovi governanti.La ciliegina sulla torta era stato poi il cambio della ragione sociale del club che, eliminando ogni anglicismo, da Fútbol Club Barcelona diventava Club de FútbolBarcelona.

Il mandato del marchese de Asta sarebbe durato tre anni, e dal punto di vista dei risultati fu tutt’altro che deludente: i soci vennero quadruplicati, ritornando a superare quota diecimila, e i giocatori in esilio in Francia vennero amnistiati, potendo ritornare a difendere i colori del Barcellona. Certamente, nelle cerimonie ufficiali la piaggeria nei confronti del regime poteva dirompere in tutta la sua voluttà, come dimostra questo discorso di Enrique Pineyro datato 30 giugno 1942:

“Il Club de FútbolBarcelona dimostrerà fino a che punto il nostro glorioso Caudillo Franco ha ridato vita al cuore della Spagna e di tante migliaia di bravi spagnoli nati in Catalogna, che sentono un così grande amore per i destini immortali della nostra amata patria.”

Ma il marchese ebbe occasione di riscattare la propria dignità in occasione della scandalosa partita di ritorno della semifinale di Copa del Generalissimo del 13 giugno 1943, contro il Real Madrid, quando dopo avere vinto l’incontro di andata per 3-0 in casa, i giocatori del Barça furono oggetto di un autentico linciaggio mediatico e di una sequela di minacce. Complice anche un arbitraggio oltre i limiti della decenza, la squadra catalana capitolò per 11-1 contro i rivali madridisti, e, oltre al danno anche la beffa, dovette anche sopportare una multa di 25mila pesetas,rea di turbamento dell’ordine pubblico.

Il presidente Mesa de Asta protestò contro l’accaduto presso le massime autorità sportive, ma trovandosi sbarrate tutte le porte, due mesi dopo rassegnò le dimissioni, che segnarono anche il suo parziale riscatto di fronte alla storia del club.

SPAGNA: AL BARCELLONA LA SUPERCOPPA

In Spagna, il primo trofeo della nuova stagione va al Barcellona che batte 4-0 il Siviglia con tre gol di Messi.

Alla faccia della rimonta. Lionel Messi ricomincia da una tripletta, una delle tante messe a segno in questo anno solare, e conduce il Barcellona ad una vittoria che più limpida non si può: 4-0 e Supercoppa di Spagna in cassaforte, la sconfitta di  Siviglia (3-1) cancellata dai gol dell’argentino, dalle  geometrie di Xavi e Iniesta, dalla rapidità di Pedro. Gli uomini di Guardiola conquistano così il primo trofeo stagionale e regalano a Sandro Rosell la prima gioia da nuovo presidente della polisportiva blaugrana.

Come annunciato alla vigilia, il tecnico catalano richiama tra le riserve i giovani prodotti del vivaio e punta tutto sui reduci dal Mondiale: nella retroguardia si rivedono il portiere Valdés ed il centrale Piqué, le chiavi del centrocampo sono affidate a Busquets e Xavi mentre in attacco Messi viene lanciato dal primo minuto e, sulla corsia opposta, trova spazio Pedro. Ibrahimović parte invece dalla panchina, così come David Villa. Il Siviglia è impegnato negli spareggi per l’accesso alla Champions’ League e si vede: Álvarez lascia momentaneamente a riposo i titolari e prova a difendere i due gol di vantaggio dell’andata con i rincalzi. Niente maglia da titolare per Cigarini, Perotti e Luís Fabiano, mentre Kanouté si accomoda sulle tribune del Camp Nou.

La strategia del tecnico andaluso dura nemmeno un quarto d’ora: Pedro riceve palla sulla destra ed esegue una strabiliante serpentina tra le maglie della difesa biancorossa, poi il suo passaggio rasoterra viene deviato in porta dal malcapitato Konko. L’autorete dell’ex genoano riapre, così, immediatamente la contesa. Che viene virtualmente chiusa undici minuti più tardi: splendida intuizione di Xavi che serve Messi nel corridoio centrale, al resto ci pensa la Pulga che batte in velocità l’addormentata difesa sivigliana e conclude alle spalle di Palop. Al Barcellona basterebbero queste due reti per alzare il trofeo e invece i culé non sono ancora sazi: grande azione tutta in velocità con tocchi di prima, ottima progressione di Dani Alves che serve il pallone del 3-0 a Messi, su cui Konko interviene in evidente ritardo.

Nella ripresa Álvarez prova a giocarsi i suoi assi, mandando in campo al quarto d’ora proprio i tre esclusi eccellenti. Ma la testa è ormai proiettata al ritorno della delicata sfida contro lo Sporting Braga che vale il visto per l’Europa. Nel frattempo Iniesta e Villa rilevano Bojan e Pedro e sono proprio i due nuovi entrati a creare i presupposti per la quarta ed ultima rete, che giunge allo scoccare del novantesimo: l’ex attaccante del Valencia lancia il compagno di squadra e di nazionale, nel cuore dell’area piccola si inserisce Messi che al quale Iniesta porge un assist facile facile da depositare in rete. È il trionfo catalano, sul quale però si materializza una piccola ombra, quella di Zlatan Ibrahimović: l’attaccante svedese rimane in panchina, scuro in volto. Saprà guadagnarsi la fiducia di Guardiola o la sua avventura a Barcellona è già giunta al capolinea?

Sabato 22 agosto 2010
BARCELLONA-SIVIGLIA 4-0 (3-0)
Camp Nou, Barcellona

BARCELLONA (4-3-3): Valdés; Alves, Piqué, Abidal, Maxwell; Busquets, Keita (86’ Adriano), Messi, Bojan (55’ Iniesta), Pedro (55’ Villa). All. Guardiola.

SIVIGLIA (4-4-2): Palop; Dabo, Konko, Escudé, Fernando Navarro; Jesús Navas, Zokora, Romaric (59’ Cigarini), Capel (59’ Luís Fabiano); Alfaro (59’ Perotti), Negredo. All. Álvarez.

ARBITRO: Fernando Teixeira.

GOL: 13’ Konko ag, 24’, 44’ e 90’ Messi.

NOTE: ammoniti Piqué e Romaric.

Simone Pierotti

SUPERCOPPA: IL PRIMO ROUND E’ DEL SIVIGLIA

SivigliaPer quanto una squadra possa essere, a detta di tifosi ed addetti ai lavori, la più forte, la più spettacolare al mondo, questa soffrirà comunque l’assenza dei suoi uomini più rappresentativi. Anche se si chiama Barcellona e può contare su alcuni dei migliori giocatori in circolazione, ma sopratutto su un vivaio esemplare che ogni anno sforna talenti cristallini. Adesso lo sa bene anche Guardiola dopo la sconfitta per 3-1 a Siviglia nella gara di andata della Supercoppa di Spagna: tra sette giorni, al Camp Nou, serviranno almeno due reti per ribaltare lo svantaggio ed alzare così il primo trofeo stagionale.

Eppure, nonostante l’assenza dei nazionali campioni del mondo e l’impiego di numerosi giovani, è proprio il Barcellona a dominare nella prima frazione, impedendo al Siviglia di esprimersi al meglio. Dopo un’occasione sprecata da Bojan su invenzione di Ibrahimović e la pronta risposta di Miño su una pericolosa conclusione di Jesús Navas, al ventesimo arriva il vantaggio catalano: Maxwell, schierato nell’insolita posizione di esterno di centrocampo, effettua un cross tagliente sul quale Fazio interviene in modo maldestro, mancando l’impatto con il pallone. Alle sue spalle sbuca Ibrahimović che, approfittando di un’indecisione di Escudé, infila in spaccata sul primo palo. Gli andalusi quasi non accennano segnali di ripresa, in difesa il giovane centrale Sergio Gómez compie un gran lavoro su Luís Fabiano, schierato come unico attaccante nello scacchiere biancorosso. Nel finale, poi, i culé sfiorano addirittura il raddoppio con Maxwell incapace di capitalizzare una bella azione di Jonathan dos Santos: il fratellino dell’ex blaugrana Giovani, continua ad impressionare dopo un buon precampionato e non suonerebbe strano se Guardiola decidesse di rinunciare a Mascherano per puntare sul giovane messicano come sostituto di Yaya Touré.

La ripresa si apre con il Barça ancora in attacco: Maxwell, tra i migliori dell’undici blaugrana, scodella nuovamente un pallone al centro con Ibrahimović – lascerà poi il posto a Messi – che fa vedere i sorci verdi a Escudé e solo il provvidenziale intervento di Fazio scongiura il secondo gol catalano. Il Siviglia, tuttavia, va vicinissimo al pareggio con Renato, sul quale Miño compie un autentico miracolo, ed appare rivitalizzato dal primo cambio: uno spento Romaric cede il posto a Cigarini. L’ex napoletano entra subito nelle grazie del “Ramón Sánchez Pizjuán”: gli basta un quarto d’ora per innescare Luís Fabiano con un rasoterra filtrante, al resto pensa tutto il centravanti brasiliano che sfrutta la prima disattenzione di Sergio Gómez e di sinistro infila Miño sotto le gambe. Il pareggio rompe gli equilibri creatisi, l’allenatore biancorosso Álvarez lo intuisce e ridisegna la formazione richiamando Renato e mandando in campo Kanouté. Il gigante del Mali ripaga pienamente la fiducia del suo tecnico nel giro di pochi minuti: Negredo ubriaca Maxwell e fugge sulla sinistra, passaggio con l’esterno sinistro nel cuore dell’area dove Kanouté brucia sia Gómez che Dani Alves e batte Miño con una conclusione al volo. Passano dieci minuti ed il Siviglia segna ancora: bel tacco di Jesús Navas che libera Perotti sulla corsia sinistra, immediato cross al centro che Kanouté spinge in rete di testa. Il Barça crolla definitivamente, rischia di incassare il quarto gol (conclusione fuori misura di Perotti) ma poi si vede annullare il possibile 3-2 di Messi per fuorigioco. Avventurarsi nel campo delle ipotesi è sempre rischioso, ma se Guardiola avesse schierato i tanti nazionali rimasti in Catalogna, l’incontro avrebbe probabilmente avuto un esito diverso. Sabato prossimo la riprova, quando il Barcellona sarà chiamato a rovesciare la situazione a proprio vantaggio per vincere la Supercoppa.

Sabato 14 agosto 2010
SIVIGLIA-BARCELLONA 3-1 (0-1)
Rámon Sánchez Pizjuán, Siviglia

SIVIGLIA (4-4-1-1): Palop, Konko, Escudé, Fazio, Dabo, Jesús Navas, Zokora, Romaric (46′ Cigarini), Perotti, Renato (64′ Kanouté), Luís Fabiano (70′ Negredo). All. Álvarez.

BARCELLONA (4-4-2): Miño, Dani Alves, Sergio Gómez, Milito (80′ Adriano), Abidal, Maxwell, Keita, Oriol (66′ Thiago), dos Santos, Bojan, Ibrahimović (52′ Messi). All. Guardiola.

ARBITRO: César Muñiz Fernández.

GOL: 20′ Ibrahimović, 61′ Luís Fabiano, 72′ e 82′ Kanouté.

NOTE: spettatori 38mila circa, ammoniti Zokora, Dabo, Cigarini e Dani Alves.

Simone Pierotti