CLAUDIA MORANDINI, DAGLI SCI AI MICROFONI

Da qualche stagione a questa parte, le telecronache di Eurosport delle gare femminili di sci alpino sono state impreziosite dalla partecipazione di Claudia Morandini, che affianca a turno i sempre preparati Gianmario Bonzi ed Andrea Berton. La bionda Claudia, nata a Trento il 25 giugno 1982, ha un passato da sciatrice di alto livello, mentre il suo presente e il futuro sembrano decisamente essere nell’ambito della comunicazione di massa: non solo telecronache, ma anche la conduzione di programmi di vario genere su radio e televisioni, oltre alla presentazione di eventi, sempre con quel sorriso smagliante che è un po’ il leit-motiv della sua vita.  Da atleta, Claudia ha all’attivo una ventina di gare in Coppa del Mondo tra i paletti stretti dello slalom e le porte larghe del gigante, con un sedicesimo posto ad Aare, nel marzo 2003, come miglior risultato, oltre a tre podi in Coppa Europa.

Claudia, com’è stato il salto dalle piste alla cabina di commento?

«È stato abbastanza naturale: mi sono sempre occupata di comunicazione, e quando mi sono proposta, Eurosport ha voluto credere in me. Tra tutti i lavori televisivi che faccio, quello del commento tecnico è indubbiamente il più difficile. Ma io amo le sfide e, soprattutto, mi sembra ogni giorno di tornare in gara.»

Qual è stato il motivo che ti ha spinto, a soli 26 anni, ad appendere gli sci al chiodo?

«Il motivo è drammaticamente semplice: cinque ernie al disco. Ho sofferto moltissimo soprattutto negli ultimi due anni di carriera, tra il 2006 e il 2008, arrivando ad un punto in cui non riuscivo più a dare il massimo. Certo, avrei voluto continuare, soprattutto dopo la prima operazione, e ritornare a gareggiare in Coppa del Mondo, ma per competere ad un livello così alto bisogna sempre essere al top, e io non lo ero più.»

In quegli anni di carriera, c’è un momento particolare che ti va di ricordare?

«Ho davvero tanti ricordi, perché lo sci mi ha permesso di girare il mondo, di instaurare amicizie speciali: non mi viene in mente un momento particolare, forse perché preferisco ricordare tutti i miei dieci anni in nazionale come una delle esperienze più belle e soddisfacenti della mia vita.»

Il tuo giudizio sulla performance azzurra ai Mondiali di Garmisch-Partenkirchen?

«Che dire? Una perfomance davvero inaspettata, soprattutto considerando la prima parte della stagione. I ragazzi e le ragazze hanno dimostrato di riuscire ad entrare nella magica atmosfera mondiale quasi senza sentire la pressione e le attese, riuscendo a dare il massimo in ogni gara, con gli splendidi risultati che tutti sappiamo.»

Cosa ne pensi, da ex atleta, della diatriba in corso tra la FISI e lo staff tecnico, relativa soprattutto al direttore tecnico Claudio Ravetto?

«Mi sento di dire che la rovina dello sport è la politica, e sicuramente Claudio non è un politico: il suo lavoro, come quello di ogni bravo direttore tecnico, deve incentrarsi prevalentemente nel dare serenità e fiducia al gruppo di atleti e allo staff, e credo che in questo lui non abbia mai fallito. Mi auguro che alla fine si ascoltino i nostri sciatori e si decida tenendo conto della loro opinione.»

C’è un’atleta azzurra sulla quale punti particolarmente per il futuro?

«Ci sono delle giovani veramente interessanti, in primis Elena Curtoni e Federica Brignone, come si è visto anche ai Mondiali. Tuttavia, io non dimenticherei le più esperte, quelle leonesse che lottano sempre con gli acciacchi ma, quando sono in forma, rappresentano una garanzia. Mi riferisco in particolare a Manuela Moelgg, Daniela Merighetti e Denise Karbon. Anche le sorelle Fanchini sono dei talenti, hanno un piede d’oro e quindi delle straordinarie doti naturali, ma vengono spesso limitate dai problemi fisici.»

Oltre al commento delle gare, conduci anche delle trasmissioni culturali e sportive su radio e tv: come è nata questa attività?

«Diciamo che come conduttrice me la sono sempre cavata bene, e mi è sempre piaciuto farlo. Credo di avere un carattere molto solare, e soprattutto, davanti ad una telecamera riesco a dare davvero il meglio di me, cercando sempre una certa vena ironica e mettendo a frutto l’esperienza sportiva accumulata sulle piste da sci. Certo, l’aspetto fisico offre un bell’aiuto, ma da solo non basta assolutamente: dietro ad ogni trasmissione, ci sono una preparazione ed un lavoro lunghissimo.»

Ultima domanda: come si vede Claudia Morandini tra dieci anni?

«Mi vedo…realizzata, mamma e felice. Banale? Dai, ho ancora un po’ di tempo per essere egoista. Poi mi piacerebbe fare la mamma».

MORFEO, DI NOME E DI FATTO

Quando si dice “nomen omen”. Perché Domenico Morfeo, brillante trequartista che ha girato i campi di mezza Italia, non ha mai nascosto quanto gli piacesse il sonno, la pennichella pomeridiana per ricaricare le pile, magari dopo un allenamento stressante: e Morfeo, com’è noto, era infatti la divinità greca dei sogni, figlio di Ipno e di Notte. Il Domenico Morfeo nato a Pescina, sull’Appennino aquilano, il 16 gennaio 1976 ha però un’altra peculiarità in comune con la figura mitologica, perché certi suoi tocchi, certe sue giocate di classe genuina hanno fatto sognare ad occhi aperti migliaia di appassionati, assolvendo in pieno il compito del suo ingombrante cognome. Un talento irregolare, a sprazzi, incostante, ma capace, nelle non frequenti giornate di grazia, di stravolgere qualunque equilibrio.

La saga del Morfeo calciatore, come detto, inizia nel cuore dell’Abruzzo 35 anni fa: sin da piccolo, il pallone è il suo compagno di vita, l’amico inseparabile dell’infanzia. Si ritrova con gli amici nella piazza di San Benedetto dei Marsi, dove vive con la famiglia, a prendere a pallonate un cerchio rosso disegnato sulla saracinesca della trattoria dello zio: e la facilità con cui centra il bersaglio fa capire a tutti le sue grandi doti. Gioca nella squadra del paese, allenato da mister Bixio Liberale, una sorta di guru del calcio abruzzese: a dieci anni si deve fermare per parecchi mesi a causa del morbo di Osgood, una fastidiosa disfunzione legata alla crescita delle gambe, il primo di una lunga serie di malanni che ne rallenteranno la carriera. Mimmo ritorna più forte di prima e, accompagnato dal suo allenatore, inizia a disputare alcuni provini, prima per il Bologna e poi per l’Atalanta. Quando sembra fatta per il suo trasferimento nella città emiliana, il dirigente bergamasco Alfredo Mosconi incontra la famiglia del ragazzo e regala un braccialetto nerazzurro alla nonna Angela, che così convince il nipote a prendere in considerazione l’approdo ai nerazzurri: il flipper, il tavolo da ping-pong e il biliardino presenti nel convitto dei giovani atalantini sono così simili a quelli del bar di San Benedetto che Morfeo decide di iniziare l’avventura con gli orobici. A soli dodici anni è già nel settore giovanile della squadra italiana che, per antonomasia, punta sul proprio vivaio, e sin dalle prime partite mette in mostra una classe decisamente superiore alla media. La nostalgia per l’Abruzzo lontano e per la famiglia rimasta nella terra d’origine rappresenta però una dura battaglia da vincere, e ci vorrà del tempo prima che il ragazzo si ambienti bene a Bergamo. Scala le categorie giovanili, in compagnia del fratello Mario (destinato ad un’onesta carriera tra B e C), a suon di gol, assist e successi, vestendo anche la maglia azzurra delle selezioni nazionali e facendo parlare di sé come una delle “grandi promesse” del calcio nostrano, definizione che lo accompagnerà anche nei lunghi anni del professionismo, sino a diventare una sorta di scomoda etichetta difficile da togliersi di dosso. Nella Primavera atalantina, guidata da Cesare Prandelli, si conferma un giocatore tutto genio e fantasia, un puro “numero 10” destinato magari ad eguagliare i successi del suo grande idolo, quel Roby Baggio di cui Morfeo conserva gelosamente una figurina nel portafoglio: con la giovanile bergamasca vince il Torneo di Viareggio 1993, la più importante competizione per le squadre di categoria. Sempre in quel 1993 arriva precocissimo il debutto tra i “grandi”, ed è proprio Prandelli, che ha sostituito Guidolin sulla panchina della prima squadra, a lanciarlo nella mischia il 19 dicembre, poco meno che diciottenne, nella sfida contro il Genoa. In quella prima avventura tra i professionisti Morfeo segna tre reti in nove partite, inutili ai fini della salvezza dei bergamaschi ma sufficienti a farlo diventare un idolo della curva atalantina. Retrocessa in serie B, l’Atalanta viene affidata ad Emiliano Mondonico, l’allenatore che segna più di ogni altro la crescita del talento abruzzese. Ex calciatore bruciato in fretta per la poca voglia di allenarsi, il Mondo sa che anche Morfeo corre lo stesso rischio: l’esordio in serie A, forse prematuro, lo ha fatto sentire sulla luna, come se fosse già arrivato e realizzato, e infatti Morfeo reagisce male alle prime mancate convocazioni o alle panchine in cui viene relegato dal mister cremasco. Ma Mondonico sa quanto la disciplina e la professionalità contino per sfondare nel calcio moderno: finché il fantasista non si mette in riga, resta in panchina, anche a costo di inimicarsi tifosi e giornalisti. Allora Morfeo inizia a correre, a svolgere il duro lavoro di squadra oltre ai colpi di genio individuali, a sacrificarsi per i compagni: diventa un giocatore a tutto campo, un numero 10 moderno e completo e riconquista il posto da titolare, guidando l’Atalanta alla promozione e a due brillantissime stagioni nella massima serie, condite da sedici reti, moltissimi assist e giocate memorabili. Nel frattempo, con l’Under 21 di Cesare Maldini, vince l’Europeo 1996, realizzando il rigore decisivo che affossa i sogni della Spagna finalista. Riceve anche una convocazione dalla nazionale maggiore guidata da Arrigo Sacchi, ma non scende in campo: purtroppo, sarà la sua prima e ultima chiamata per i colori azzurri.

Cosa succede poi? Succede che Morfeo…diventa Morfeo. Un talento cristallino ma incostante, spesso fermato anche da dolorosi infortuni che ne limitano le potenzialità, e forse poco aiutato anche da certi allenatori che non hanno la paterna fermezza di mister Mondonico, alcuni dei quali insistono a schierarlo in ruoli a lui poco congeniali, come da seconda punta o da esterno d’attacco, che non possono far risaltare le sue doti da trequartista puro. Alla Fiorentina, dove si trasferisce per la somma di 15 miliardi di lire, viene schierato da Alberto Malesani nel tridente con Batistuta e Oliveira, a far sognare i tifosi viola, ma l’arrivo del brasiliano Edmundo, pupillo del presidente Cecchi Gori, fa relegare in panchina il giovane Domenico. Nel 1998-1999 approda al Milan, quel Milan di Bierhoff, Weah, del debuttante Abbiati e dei “vecchi” Maldini e Costacurta che vince il campionato con una rimonta storica sulla Lazio: l’unico segno del passaggio di Morfeo in maglia rossonera è un tiro-cross deviato nella propria porta dal difensore bolognese Mangone, che regala tre punti d’oro alla squadra di Zaccheroni. Dopo sei mesi tristi a Cagliari, nel gennaio 2000 viene prelevato dal Verona dove ritrova come allenatore Cesare Prandelli, lo stesso delle giovanili atalantine: e qui Mimmo, sereno come un tempo, riprende ad incantare i tifosi con cinque reti in dieci partite che contribuiscono in modo decisivo alla salvezza degli scaligeri. Anche il ritorno a Bergamo, nell’autunno dello stesso anno, sembra restituire il Morfeo degli esordi al grande calcio. Udinese-Atalanta, match del 29 gennaio 2001, è il manifesto del suo calcio: al secondo minuto di gioco, crea un’autostrada nell’area friulana per l’accorrente Nicola Ventola che realizza l’uno a zero; due minuti più tardi, un suo sinistro divino si insacca alle spalle dell’incolpevole Turci; al ventesimo, senza guardare la palla, come solo i grandi sanno fare,  lancia in profondità ancora Ventola che realizza la terza rete; e al 41esimo un suo tocco di velluto su assist di Cristiano Doni fissa il punteggio sul 4-2 per i bergamaschi. La brillante annata in maglia nerazzurra è solo una fortunata parentesi prima di due stagioni, a Firenze e all’Inter, che lo fanno ripiombare nella media, di certo non aiutato da qualche infortunio di troppo.

Gli ultimi sprazzi della sua classe genuina si hanno nelle prime due stagioni a Parma, tra il 2003 e il 2005: allenato nuovamente da Prandelli, incanta gli spettatori del Tardini con 12 gol in 54 gare, alcuni dei quali su punizioni eseguite magistralmente dal limite dell’area, quasi senza rincorsa, con quel sinistro velenosissimo a girare che lascia senza scampo il portiere avversario. Poi, lento ed inesorabile, incomincia il declino, a neanche trent’anni: nelle ultime due stagioni in Emilia, le sue apparizioni in campo sono sempre più sporadiche, e i suoi numeri un lontano ricordo. Nell’estate 2008 tenta, con ben poco successo, l’avventura con il Brescia, memore dei fasti che il suo idolo Baggio aveva vissuto al Rigamonti: ora di settembre però il contratto è già rescisso, e a nulla serve un ritorno dal maestro Mondonico alla Cremonese, in serie C1, con la quale disputa solamente tre gare. Nel 2009, a 33 anni, Domenico Morfeo è ufficialmente un ex calciatore, riprendendo a giocare e a divertirsi nella squadra dilettantistica del suo paese.

Genio e incostanza, tutti gli appassionati ricorderanno sempre quei tocchi morbidi, quei colpi di fioretto, quelle punizioni imparabili e quei sinistri velenosi che hanno illuminato la serie A per diverse stagioni. Lo ricorderanno con un po’ di rammarico, perché quel ragazzo che a 18 anni incantava Bergamo, con un po’ più di fortuna e forse di impegno avrebbe potuto avere ben altra carriera.

IL MONDIALE DI GLORIA DI PATRICK STAUDACHER

La vittoria dell’azzurro Christof Innerhofer nel supergigante mondiale di Garmisch ha riportato alla memoria degli appassionati di sci alpino il trionfo iridato di Patrick Staudacher, avvenuto sulle nevi svedesi di Aare quattro anni fa esattamente nella stessa disciplina: oltretutto, questo oro datato 2007 era anche l’ultimo conquistato da un atleta italiano nella rassegna iridata, prima del gran giorno di Innerhofer.

Questi due ragazzi, al pari di Peter Fill e Werner Heel, costituiscono il “nucleo storico” delle squadre italiane per le discipline veloci, al quale si sta affiancando a suon di ottimi risultati un bel gruppo di giovani promettenti, come Dominik Paris, Siegmar Klotz e Matteo Marsaglia. Accumunati dal successo mondiale, Innerhofer e Staudacher hanno vissuto però due storie diverse: se infatti Christof era comunque dato tra i favoriti per il supergigante di martedì scorso, la vittoria di Patrick ad Aare fu una sorpresa assoluta per moltissime persone, e per questo motivo vale la pena di riviverla e di sapere qualcosa di più su questo ragazzo.

Patrick Staudacher nasce il 29 aprile 1980 a Vipiteno, figlio di Hermann e Waltraud Gogl, entrambi gestori, nella migliore tradizione altoatesina, di un’incantevole malga: la famiglia vive nel comune di Brennero, più precisamente in località Colle Isarco, nel cuore della stretta e spettacolare Val di Fleres. Proprio in questa valle, nel comprensorio di Ladurns, Patrick mette gli sci ai piedi sin dalla tenera età, incoraggiato dai genitori. Inizialmente il ragazzo si concentra sulle discipline tecniche, tanto da vincere un buon numero di gare nazionali juniores in slalom e gigante: tuttavia, una lesione subita al ginocchio lo costringe a dirottarsi sulle prove veloci, nelle quali è sostenuto anche da un fisico possente (190 cm x 94 kg) che è una caratteristica importante per ogni buon discesista. Ma lo sci non è tutto per “Staudi”, come verrà ribattezzato dai tifosi: completa comunque il ciclo di studi con la scuola superiore dello sport a Malles Venosta, segue e pratica con passione molti altri sport, in particolare il ciclismo, e si dedica con gli amici di sempre al gruppo musicale Stanton, simbolo dell’allegria alpina. Il suo destino comunque è sulla neve, e il suo idolo è il norvegese Lasse Kjus, tanto da chiamare il suo cane Lasse proprio in onore del campione nordico: nonostante qualche infortunio di troppo, nel dicembre 2000 arriva la chiamata per la Coppa del Mondo, col debutto nella discesa libera di Val d’Isere. Sebbene abbia poca esperienza nel massimo circuito, i tecnici italiani, convinti delle sue doti, lo inseriscono nella squadra partecipante ai Giochi Olimpici Invernali di Salt Lake City 2002: 18° in supergigante, Staudacher dà un primo assaggio del suo talento al grande pubblico durante la combinata, col terzo tempo di discesa e un settimo posto complessivo che lascia una buona soddisfazione. Stagione dopo stagione, arrivano i primi buoni risultati anche in gare di Coppa del Mondo, visto che, soprattutto nelle prove veloci, l’esperienza e la conoscenza delle piste sono quanto mai fondamentali per ambire a risultati di un certo livello. Ma Staudi riesce ad esprimere le sue doti solamente a sprazzi, perché, oltre ai soliti problemi alle ginocchia cristalline, è condizionato da un cheratocono all’occhio destro che gli impedisce di vedere perfettamente, e per il quale, per lunghi anni, non riesce a trovare un rimedio definitivo, fino alla coraggiosa decisione del trapianto di cornea avvenuto all’ospedale Maggiore di Bologna nella primavera 2005. Da lì, per questo forte ragazzo di Colle Isarco, iniziano le gioie agonistiche: i suoi piazzamenti in Coppa del Mondo diventano gradualmente regolari, sempre a ridosso nei primi dieci con qualche puntatina tra i migliori; spicca il quinto posto nella discesa di Bormio (dicembre 2006) che gli vale il pass per il Campionato del Mondo di Aare. Tuttavia Patrick a quei mondiali rischia di non andarci, visto che una decina di giorni prima della rassegna iridata cade in allenamento al Passo San Pellegrino con qualche danno al già martoriato ginocchio sinistro: medici, fisioterapisti e chiropratici della nazionale lo rimettono in sesto a tempo di record, così, il 6 febbraio 2007, Staudacher si presenta al via del supergigante mondiale col pettorale numero 12. Le condizioni meteo sono state molto variabili nei giorni antecedenti la gara, costringendo gli organizzatori a rinviarla ripetutamente, e l’atleta, su consiglio del suo skiman Thomas Tuti, adotta degli sci morbidi sui quali bisogna essere assolutamente perfetti per ottenere la massima efficacia. Molti conoscono il suo talento, ma quasi nessuno si aspetta l’impresa. In quel minuto e 14 secondi di gara Patrick è perfetto: porta dopo porta, disegna una traiettoria inimitabile, e la morbidezza con cui affronta le curve è da manuale dello sci. Chiude davanti, nettamente primo, con i migliori che devono ancora scendere, ma a casa i suoi familiari fiutano già l’odore della storia. Scendono i più grandi, ma nessuno riesce ad avvicinare Staudi: il più vicino è l’esperto e vincente Fritz Strobl che chiude secondo a 32/100, con l’elvetico Kernen terzo a 62/100. L’impresa è fatta: dieci anni dopo i fasti di quella squadra d’oro composta da Tomba, dalla Compagnoni e dalla Kostner, cinquantasette anni dopo il trionfo mondiale della leggenda Zeno Colò, ultimo azzurro a vincere nelle prove veloci, Patrick Staudacher è campione del mondo. A Colle Isarco si scatena la festa, con la baita di famiglia inondata da amici, conoscenti e giornalisti: tutto il paese dà il giusto tributo a questo grande e sorprendente campione. Patrick, ragazzo di montagna, non si monta la testa: continua a lavorare con la consueta umiltà, e ad ottenere risultati brillanti in Coppa del Mondo anche nelle stagioni successive, come il podio nella discesa di Val Gardena nello scorso inverno. Certo, forse Patrick non ha più sentito quelle sensazioni di gloria di quel giorno di febbraio ad Aare che lo avevano portato, la sera prima, a mimare davanti allo specchio i festeggiamenti del podio, quasi fosse certo che nulla gli avrebbe potuto togliere un clamoroso successo: ma “campione del mondo” è un’etichetta che resta per tutta la vita, indipendentemente dai risultati, dalla sfortuna o dalle altre circostanze che hanno impedito di ripetere quei fasti.

FABIANO FONTANELLI, VELOCE E FURBO

Fabio FontanelliNelle stagioni d’oro di Marco Pantani, al centro del gruppo c’era sempre una “chiazza gialla”: era il Pirata con i suoi uomini della Mercatone Uno, presenza fissa nel plotone di quegli anni. Fabiano Fontanelli faceva parte di quella squadra, ma sarebbe riduttivo descrivere il corridore nato a Faenza nell’aprile di 46 anni fa come un gregario duro e puro. In quindici anni di onorata carriera il “Fonta” ha infatti portato a casa qualcosa come 37 vittorie, tra le quali spiccano quattro tappe al Giro d’Italia. Negli anni del fortunato sodalizio con Pantani, le sue doti di passista-veloce tornavano molto utili alla causa della Mercatone Uno: nelle stagioni precedenti invece, con le divise di Selca, Italbonifica, Navigare, ZG Mobili ed MG, spesso Fontanelli rivestiva i gradi di capitano e battagliava nelle volate di gruppo con Zabel, Cipollini e gli altri grandi sprinter dell’epoca, non disdegnando qualche coraggioso tentativo nelle grandi classiche del Nord. Sceso di sella a fine 2003, per un paio di stagioni ha diretto dall’ammiraglia la Ceramiche Panaria, la storica squadra guidata da Bruno e Roberto Reverberi, prima di staccare definitivamente la spina col ciclismo professionistico. Abbiamo avuto il piacere di sentirlo e di farci raccontare alcuni aneddoti della sua brillante carriera.

Fabiano Fontanelli, 37 successi in 15 anni di carriera: qual è quello che ricordi con maggior soddisfazione?

Sicuramente il mio primo successo al Giro d’Italia: era l’undicesima tappa dell’edizione 1993, col traguardo a Dozza, nella “mia” Romagna, davanti ai miei tifosi. Vincere praticamente in casa è stata davvero una grande gioia.

E invece, ripercorrendo tutte quelle annate, qual è il rammarico più grande?

Credo di aver fatto una bella carriera, per cui non ho grossi rimpianti: certo, sarebbe stato bello vincere una delle grandi classiche, però quella…è roba da campioni!

È normale che il tuo nome, data la lunga militanza in Mercatone Uno, sia associato a quello di Pantani: che ricordo hai di lui?

Non credo che il mio nome sia sempre e solo associato a quello di Marco, anche se, avendo corso con lui negli ultimi cinque anni di carriera, un po’ ci sta: era proprio un bel personaggio, che aveva la sua forza nella semplicità, e credo fosse questo il motivo per cui piaceva così tanto agli appassionati.

In diverse occasioni ti abbiamo visto lanciato anche negli sprint di gruppo: non bisogna essere un po’ “pazzi” per fare una volata a 70 km/h?

Eh sì, bisogna essere un po’ pazzi, non c’è che dire. Io comunque ho fatto poche volate di gruppo, quasi tutte nei primi anni di carriera: mi rendevo conto di essere veloce, ma non così tanto da mettere in fila duecento corridori. Per questa ragione, ho gradualmente cambiato il mio modo di correre, cercando di portar via una fuga già a parecchi chilometri dal traguardo per regolare i compagni di avventura allo sprint finale, sfruttando la mia rapidità. Veloce sì, ma anche furbo!

Come valuti la tua esperienza da direttore sportivo con la Ceramiche Panaria? Come mai non è proseguita?

E’ stata indubbiamente una bella esperienza, ma alla fine avevo dei problemi di salute ed ero anche stanco di star sempre via da casa: dopo 15 anni in gruppo, non sarei riuscito a farne altrettanti in ammiraglia, era davvero un grande impegno. Oggi seguo dei dilettanti (fa parte della Commissione Tecnica federale dell’Emilia-Romagna, ndr), lavoro un po’ meno impegnativo ma che mi permette anche di stare al contatto con i giovani, e questo è gratificante.

Cosa pensi del problema-doping nel mondo del ciclismo?

È assolutamente fondamentale combattere il doping con la massima serietà, ma a volte ho l’impressione che nel ciclismo ne sia stata fatta quasi una questione “politica”, che preferisco non commentare perché esula dalle mie capacità di comprensione.

PAOLO FORNACIARI, CUORE DI GREGARIO

Dai successi tra i dilettanti al treno di Re Leone: un profilo di Paolo Fornaciari, quindici anni da gregario di lusso

Paolo FornaciariFilastrocca del gregario
corridore proletario,
che ai campioni di mestiere
deve far da cameriere,
e sul piatto, senza gloria,
serve loro la vittoria
.

Ci sono quei corridori che vincono e stravincono, sempre sul podio o a caccia di tappe, di classiche, di grandi giri. E ci sono quei corridori che aiutano a vincere e a stravincere, ad andare sul podio e a caccia di tappe, di classiche, di grandi giri. Il termine che identifica questo genere di atleti è “gregario”, già in uso nell’antica Roma per indicare i soldati semplici privi di gradi. Il grande Gianni Rodari, con la filastrocca riportata sopra, li ha definiti meglio di moltissimi esperti di ciclismo. E in questa definizione rientra appieno Paolo Fornaciari. Il nome sarà forse noto solo a qualche vero appassionato delle due ruote, proprio perché il “lavoro oscuro” è stata la sua forza, come quella di tutti i gregari.

Paolo Fornaciari nasce nella splendida Viareggio il 2 febbraio 1971, figlio di Mario e Graziella. La Toscana è da sempre terra di ciclisti, per le sue colline verdeggianti alternate a interminabili pianure: il ragazzo non fa eccezione, e a 7 anni inizia a gareggiare tra i giovanissimi con la maglia dell’U.C. Stiava, cogliendo qualcosa come 100 vittorie in cinque anni di gare. Il salto di categoria, prima tra gli esordienti e poi tra gli allievi, non gli fa perdere la mentalità vincente, visto che il Fornaciari in divisa U.S. Versilia porta a casa 75 successi spalmati su quattro stagioni. Dal 1988 al 1992 gareggia poi con i colori del G.S. Bottegone, squadra dell’entroterra pistoiese, dove trova un grande feeling con la gente del paese e con il presidente della società Renzo Bardelli. Del resto, Paolo è un toscano a tutti gli effetti: cresciuto col mito di Gino Bartali, ha un carattere schietto e guascone, che non può non renderlo simpatico ai più. I successi diminuiscono di numero ma sono di grande qualità, considerando le difficoltà delle categorie juniores e dilettanti: fa suo un durissimo Giro del Casentino, vince il campionato regionale toscano, fa parte del quartetto che trionfa ai Mondiali Militari in Olanda nel 1990 e sfiora il Mondiale juniores di Mosca 1988, raggiunto ai 3 km dal traguardo dopo un’interminabile fuga con vista sul Cremlino. In quegli anni i suoi duelli con Michele Bartoli e Francesco Casagrande, altre gemme del ciclismo toscano, riempiono le pagine dei quotidiani locali, convinti che queste tre stelle regaleranno grandissime soddisfazioni anche tra i professionisti.

A ventuno anno, Fornaciari firma per la Mercatone Uno diretta da Antonio Salutini e Flavio Miozzo: prima uno stage e poi questa squadra, che dal 1996 cambierà il main sponsor in Saeco, sarà casa sua dal 1993 al 1998. Proprio il team manager Salutini, toscano come lui, gli fa capire che potrà avere una lunga carriera al servizio dei compagni: qui avviene il cambiamento, qui il Fornaciari vincente delle categorie giovanili diventa il Fornaciari “gregario d’oro” che passerà in un lampo dalla testa alla coda del gruppo, dal tirare a ritmi forsennati al recuperare borracce e panini, sorridendo e scherzando, magari discutendo con qualche moto della carovana troppo vicina ai corridori (anche se il ruolo di “Brontolo” ufficiale del gruppo in quegli anni spettava a Fabio Baldato e Roberto Conti). Corre al fianco degli stessi Bartoli e Casagrande, oltre che del veloce Martinello, e fa sempre il suo lavoro con grande professionalità: che ci sia da recuperare sui fuggitivi o da essere il primo ad attaccare, da tirare una volata o da prendere le prime rampe di una salita a tutta, lui c’è, e viene rispettato e stimato da tutti per la sua propensione al sacrificio, oltre che per la sua simpatia. Nel 1994 arriva anche l’unico successo tra i professionisti: una tappa all’Herald Sun Tour, in Australia, sotto un caldo infernale, al termine di una fuga infinita. Valente passista col fisico da corazziere (191 cm x 80 kg, quando la buona cucina non lo tradisce), è al fianco di Ivan Gotti che vince il Giro d’Italia 1998, ed è uno degli immancabili componenti del “treno rosso” che lancia gli sprint del Re Leone Cipollini. Nel 1999 passa alla Mapei di patron Squinzi, dove ritrova Michele Bartoli, Paolo Bettini e Andrea Tafi: l’atleta di Fucecchio si aggiudica la Parigi-Roubaix di quell’anno anche grazie alla straordinaria prova dello stesso Fornaciari, che marca a uomo i suoi rivali e che lo “protegge” sino agli ultimissimi chilometri. Poi, sempre più esperto e sempre più gregario, torna alla Saeco nel 2003: il team, diretto da Giuseppe Martinelli, si fonde con la Lampre nel 2006 e sarà l’ultima squadra di Fornaciari. Gilberto Simoni (Giro d’Italia 2003) e Damiano Cunego, vincitore della corsa rosa l’anno successivo, possono contare sull’immortale “Forna”, pedina preziosissima per i loro successi, soprattutto nelle lunghe tappe di pianura dove occorre far girare le gambe a ritmi forsennati per tenere compatto il plotone. Non è raro vedere il toscano all’attacco in alcune frazioni dei grandi giri, per fare in modo che i suoi compagni possano stare al riparo nella pancia del gruppo principale.

Nel 2008, a 37 anni suonati, Paolo decide che è il momento di appendere la bicicletta al chiodo, dopo sedici stagioni di gioie e sacrifici, con la partecipazione ad undici edizioni del Giro d’Italia, 5 Tour de France, 4 Vuelta, 10 Gand-Wevelgem e 8 Parigi-Roubaix, tanto per fornire qualche numero indicativo.

Nella “su ‘asa” di Buggiano, dove risiede da molti anni a questa parte,, si dedica a smontare e rimontare motorini e a leggere i libri di Ken Follett: a differenza di molti colleghi, non resta nell’ambiente delle due ruote, ma, anche per rimanere vicino alla moglie Maddalena e alle figlie Greta ed Arianna, apre una gelateria in paese, mettendo a frutto le sue ottime abilità culinarie che, a causa della ferrea dieta dei ciclisti, venivano di molto limitate durante le stagioni in bici. Stranamente, la bottega si chiama “Ultimo Kilometro” ed è simboleggiata da un triangolo rosso, proprio come il segnale che contraddistingue gli ultimi mille metri di una corsa ciclistica. Perché corridori si resta sempre, anche quando si è scesi di sella.