MILAN-BARI: SPUNTI DA STADIO

Milan-BariDomenica ho avuto l’onore ed il piacere di recarmi a San Siro, su invito della Gazzetta della Sport, in occasione dello scontro tra Milan e Bari, ovvero sia il più classico dei testa-coda. E proprio seguendo la partita dalle tribune anziché dalla televisione ho potuto fare caso a delle sfumature che vengono perse nel seguire i match da casa (va comunque altresì detto che ce ne sono altrettante che vengono invece perse nel guardare una partita allo stadio piuttosto che in tv). Ecco quindi qualche spunto interessante su cui mi è venuto da riflettere in merito a questo match.

Innanzitutto Van Bommel: giocatore ormai molto navigato, difatti, il centromediano metodista olandese mette tutta la sua esperienza al servizio della squadra. E se ciò è apprezzabile già seguendo il match comodamente spaparanzati in poltrona va detto che diventa ancor più palese dalle tribune. Splendido, in tal senso, vedere l’ex capitano del Bayern Monaco dare disposizioni ai compagni (quand’anche altrettanto esperti come Gattuso, giù fino agli esordienti come Merkel), sia in merito alle posizioni da tenere, che ai movimenti da eseguire che alla miglior gestione possibile del pallone. Intendiamoci: non sto certo dicendo di aver trovato il giocatore perfetto, ma ogni qual volta mi reco allo stadio ed ho l’opportunità di vedere dal vivo calciatori come lui resto sempre e comunque stregato dalla loro sagacia tattica. Così come un Messi nasce con la capacità di fare ciò che vuole palla al piede, del resto, ragazzi come Van Bommel nascono con un’intelligenza tattica superiore alla media. E quando la stessa si unisce ad un bagaglio esperitivo come il suo il gioco è fatto: ecco servito un ottimo direttore d’orchestra.

Dopo averne tessuto le lodi mi tocca però sottolinearne anche una gravissima mancanza. Per la più classica delle operazioni “un colpo al cerchio, uno alla botte”, quindi, ecco che non posso fare a meno di sottolineare il suo grave errore in occasione della rete barese. E qui va detta una cosa: lascia a bocca aperta vedere come Rudolf sia lasciato liberissimo di tagliare dall’out sinistro dell’area di rigore sino oltre al dischetto delle massime punizioni per poi colpire a rete incrociando il pallone in maniera imparabile per Abbiati. Il perché la punta ungherese possa compiere indisturbatamente tutto ciò è presto detto: il Milan marca a zona in situazione di calcio piazzato e nell’occasione specifica si viene a creare un buco laddove andrà ad infilarsi proprio l’ex Genoa che non venendo seguito da nessuno avrà gioco facile nel completare la sua manovra.
Difesa del Milan quantomeno rivedibile nell’occasione, quindi.

Ma perché le colpe maggiori le ha proprio uno dei giocatori tatticamente più intelligenti dell’undici di Allegri?
E’ presto detto: è proprio Van Bommel il giocatore ultimo cui Rudolf passa davanti nel suo tentativo di taglio. Ed è lui, quindi, che dovrebbe seguire l’avversario, impedendogli di entrare in possesso di palla sul tocco di Almiron o, quantomeno, di calciare agevolmente a rete. Il centrocampista Oranje, però, compie un peccato di sufficienza, nell’occasione e resta praticamente inchiodato al proprio posto, potendosi poi quindi solo limitare a seguire con lo sguardo il termine, nefasto, dell’azione. La sua reazione al goal mostra comunque chiaramente la sua grande intelligenza tattica: Mark capisce difatti subito di aver commesso un errore piuttosto grave, e si dispera. La frittata, però, è ormai fatta.

Interessante, tornando alla lettura tattica del gioco milanista, anche stare a guardare i movimenti dei tre d’attacco. Perché l’occhio della telecamera solitamente segue il pallone, facendo perdere tutto il resto. Ecco quindi che osservando il match dalle tribune si può notare subito come lo schieramento di base sia un classico 4-3-1-2 con Robinho alle spalle del duo Pato – Ibrahimovic ma anche che questo modulo non sia assolutamente rigido. I tre lì davanti, difatti, hanno tutti buona libertà di svariare, rendendo il gioco molto fluido da questo punto di vista. Ecco quindi che non deve stupire una situazione nella quale buttando l’occhio verso l’attacco rossonero, anche a palla piuttosto lontana, si possano trovare le due punte piuttosto larghe, con il presunto trequartista in posizione di prima punta. Scarsa rigidità nel mantenere una data posizione che comunque non sortisce grandissimi effetti: il Bari si difende infatti con dieci uomini (portiere compreso) praticamente sempre dietro la linea del pallone e la fluidità di movimento dei tre d’attacco non porta comunque il Milan a rendersi pericoloso con continuità, in special modo nel primo tempo.

Detto dell’attacco rossonero non posso quindi che chiudere parlando della fase difensiva barese (perché di quella offensiva mi verrebbe sinceramente difficile parlarne, non avendo, i pugliesi, prodotto praticamente nulla, nemmeno in contropiede), in particolar modo a quella del secondo tempo. Piuttosto incredibile, in tal senso, la disposizione tattica in fase di non possesso. Se sulla carta, ad esser buoni, potremmo dire che i Galletti si schieravano con un 4-5-1 di stampo prettamente difensivista ecco che la realtà dei fatti deve portarmi a parlare, più che altro, di un 6-3-1 quasi folle, che ha, a parer mio, consegnato il pareggio agli avversari. Fa un certo effetto, per altro, parlare di difesa a sei. Ma così è stato. Ogni qual volta i rossoneri superavano la metà campo, difatti, i quattro difensori in linea andavano a stringersi molto, portandosi tutti nello specchio dell’area e favorendo l’arretramento di due centrocampisti che allineandosi a loro andavano, appunto, a formare una difesa che folta è dir poco. A questo va poi aggiunto il fatto che nel contempo i tre giocatori rimasti a centrocampo si mettevano tutti a protezione della linea difensiva, andando a muoversi all’unisono verso destra o verso sinistra a seconda della zona in cui in quel momento stazionava la sfera.

Perché dico che quest’atteggiamento ha regalato il pareggio agli avversari?
Semplice. Non puoi regalare completamente un tempo di gioco. A maggior ragione quando ad un certo punto dello stesso ti ritrovi anche a giocare in superiorità numerica. Schierarsi con una difesa di questo tipo però vuol proprio dire quello: rinunciare a giocare e regalare completamente il pallino di gioco agli avversari, che a quel punto dovranno solo aspettare il momento buono per colpire. Momento che arriverà in tre diverse occasioni, perché poi, con tutto il rispetto, i difensori del Bari non sono nemmeno i fenomeni della situazione e prima o poi qualche buco te lo lasciano, quand’anche schierati a sei. Ecco quindi che dapprima Robinho è lasciato solo sul secondo palo e può colpire a rete su sponda aerea di Ibrahimovic, vedendosi però annullare il goal per fuorigioco millimetrico. Poi lo stesso svedese penetra centralmente su di un lancio stoppando, pare di braccio, per andare a bucare Gilet, anche questa volta inutilmente. Ed infine Antonini farsi lanciare da Emanuelson sull’out di sinistra riuscendo a penetrare la linea difensiva barese per crossare poi in mezzo all’area, dove Cassano sarà lasciato inspiegabilmente solo.

Difendersi ad oltranza è molto spesso controproducente. Farlo lasciando si creino queste falle è quasi deleterio.

LA TERRA TREMA, IL CALCIO SI FERMA

Annullate in Giappone per tutto il mese di marzo le partite della J.League a seguito del terribile terremoto.

Ventidue ragazzi corrono dietro ad un pallone da calcio, in Giappone, su un campo dalla morfologia bizzarra, quasi fosse una collina. La loro partita viene trasmessa in diretta tv nazionale, con un appassionato telecronista a raccontare le loro gesta. Una squadra, proveniente dalla città di Fujisawa, schiera i due più grandi talenti del calcio nipponico: il primo, Genzo Wakabayashi, è un portiere dalle doti straordinarie, pressoché imbattibile nei tiri dalla distanza; il secondo, Tsubasa Ozora, è un attaccante eclettico dalle maniere gentili e dal carisma innato. Il calcio è, prima di tutto, un gioco, un divertimento. E, sovente, ripete a compagni di squadra ed avversari: “Il pallone è tuo amico”.

Ma la realtà odierna del Giappone non è il quadro idilliaco e gioioso che Yoichi Takasahi aveva disegnato nel suo popolarissimo manga, poi divenuto un cartone animato di successo sbarcato in Italia con il nome di “Holly e Benji”. Il pallone è amico dei bambini, eppure ha smesso di rotolare dopo la tragedia che venerdì 11 marzo ha colpito il paese del Sol Levante. Due minuti e una scossa di terremoto di 9 gradi della scala Richter – cui fa seguito un terrificante tsunami – devasta un’intera nazione: oltre 10mila le vittime (stimate) del movimento tellurico, il quarto più forte di sempre nella storia dell’umanità. Un dramma che non risparmia nemmeno il calcio, la cui stagione è ripartita da appena una settimana.

Tutto inizia alle 14.56 di venerdì (in Italia sono solamente le 6.56): nell’Oceano Pacifico, 130 km a largo di Sendai, città che ospitò il ritiro della nazionale italiana di calcio ai Mondiali nippocoreani, la terra trema. Eccome se trema: 9 gradi della scala Richter. Due minuti di scosse, un’infinità per quanti vedono i mobili cadere improvvisamente al suolo e le pareti degli edifici oscillare. Ma l’apocalisse è appena iniziata. Segue una sessantina di scosse di assestamento a Tōkyō e nelle prefetture bagnate dal Pacifico. E, soprattutto, il terremoto genera uno tsunami da film catastrofista: le onde raggiungono ben presto la mostruosa altezza di dieci metri, sbriciolando gli edifici di alcune città della costa nord-orientale. I danni maggiori si registrano a Sendai, dove l’aeroporto viene invaso dalle acque e dove centinaia di cadaveri vengono ritrovati sulla spiaggia. La capitale, invece, va in black-out: i treni metropolitani si bloccano, l’energia elettrica inizia a scarseggiare, la rete telefonica isola la popolazione. E poi c’è la prefettura di Fukushima, dove crolla una diga e dove si verifica un’esplosione alla centrale nucleare dell’omonima città: qualcuno paventa il rischio di pioggia radioattiva. Di pioggia sporca, come il titolo del film che Ridley Scott girò – guarda caso – ad Ōsaka, in un Giappone ormai invaso dal consumismo di massa dell’America degli yuppies. Ma c’è anche chi cerca di sgombrare il campo dai falsi allarmismi e di tranquillizzare l’opinione pubblica, perché la situazione, in fondo, è sotto controllo.

Anche il mondo dello sport rimane bruscamente coinvolto e con un breve comunicato la JFA, la Federcalcio nipponica, dirama la notizia che tutte le partite della J. League della seconda giornata, in programma nel fine-settimana, sono annullate. E non è un semplice atto doveroso verso il proprio paese che piange la morte dei suoi figli: alcune squadre sono diventate vere e proprie vittime del terremoto. Come il Vegalta Sendai, squadra del massimo campionato in cui gioca l’ex sampdoriano e messinese Atsushi Yanagisawa: il presidente Shirahata Yoichi comunica a Kazumi Ohigashi, numero della Federcalcio, che lo stadio e le strutture per gli allenamenti sono andati distrutti. I giocatori stranieri – i brasiliani Marquinhos e Max ed i sudcoreani Cho Byung-Kuk e Park Joo-Sung – tornano a casa, i giapponesi provenienti da altre regioni li seguono e raggiungono i rispettivi familiari. Nessuno vuol restare a Sendai.

Passano tre giorni: i morti non accennano a diminuire. Tutt’altro. È una strage. La JFA annuncia un’altra notizia: tutte le partite in programma nell’intero mese di marzo sono cancellate e rinviate a data da destinarsi. Probabilmente a luglio, quando la nazionale di Alberto Zaccheroni – pure lui rientrato in Italia dopo aver toccato con mano i danni del terremoto nel suo appartamento di Tōkyō – sarà impegnata nella Coppa America. Anche la AFC, il massimo organo calcistico continentale, annulla tutte le partite della Champions League asiatica previste sul suolo giapponese: tra queste c’è anche l’attesa sfida tra il Kashima Antlers, la più titolata tra le squadre della J.League, e gli australiani del Sydney FC. Kashima è una città medio-piccola inglobata nella Grande area della capitale: al pari di molte altre, non è rimasta estranea ai movimenti della crosta terrestre nell’Oceano Pacifico. Anche il primo turno della Yamazaki Nabisco Cup, la coppa nazionale, viene rinviato: il calcio d’inizio era previsto per domani. E adesso sono in forte dubbio anche le già pianificate amichevoli di fine mese contro Montenegro e Nuova Zelanda, in programma a Shizuoka e a Tōkyō.

Ma non è solo il calcio a bloccarsi: nella giornata di venerdì, a Yokohama, viene sospesa al settimo inning la sfida di baseball tra Bay Stars e Yakult Swallows. Daisuke Miura, stella della squadra di casa, ed alcuni compagni di squadra non riescono a rientrare a casa, tanto è il traffico che ingorga le strade della Grande area di Tōkyō: trascorrono la notte allo stadio. A Yokohama, poi, identica sorte tocca ad una competizione di golf riservata alle donne: la Tire PRGR Ladies Cup, iniziata il giorno dell’apocalisse, si ferma subito. La prefettura di Fukushima, quella dove si è verificata l’esplosione nella centrale nucleare, avrebbe dovuto ospitare le finali scudetto dell’Asia League di hockey su ghiaccio: non se ne fa di niente. Saltano anche boxe, corse automobilistiche, pallacanestro, persino la maratona internazionale femminile di Nagoya: l’ultimo precedente risale al gennaio 1995, quando la terra si aprì a Kōbe e inghiottì oltre 6mila vittime. All’epoca la J.League, nata solamente due anni prima, non si fermò: il Vissel, squadra della città colpita dal terremoto, disputò qualche mese più tardi un’amichevole a scopo benefico a Seattle – prima squadra nipponica a giocare in territorio americano – e a Tōkyō andò in scena un’altra partita, tra due selezioni miste, per ricordare le vittime di Kōbe. C’è, tuttavia, un’inquietante analogia: nell’autunno del 1923 il campionato nazionale di calcio, riservato a scuole ed università e giunto appena alla sua terza stagione, viene annullato e rinviato al febbraio successivo. Alla base della decisione il grande terremoto del Kantō che il 1° settembre fece crollare il suolo nella capitale e nelle prefetture di Chiba, Kanagawa e Shizuoka: le vittime stimate furono 142mila. La scossa più devastante nella storia del Giappone. Fino allo scorso venerdì.

IL FU NUOVO BATISTUTA

Il calcio italiano è ricco di storie dei cosiddetti “bidoni”: giocatori arrivati da ogni parte del mondo, magari con un curriculum di tutto rispetto, ma schiacciati dalle troppe attese che gravavano sulle loro spalle. O forse semplicemente mediocri, perché nello sport non ci sono solo i campioni. Da Blisset a Pancev, dal fratello di Maradona a quello di Zarate, ogni club della nostra serie A può vantare un elenco più o meno lungo di delusioni e fallimenti: il Napoli non fa eccezione, e José Luis Calderón rientra appieno in questa categoria.

Nato il 24 ottobre 1970 a La Plata,  città della provincia di Buenos Aires dove il calcio è più di una religione, muove i primi passi sportivi nel Club Defensores de Cambaceres, squadra della terza serie locale: sono gli anni dell’Argentina di Maradona, campione del mondo nel 1986 dopo il primo, contestato successo nel Mondiale casalingo del 1978. Alto 178 cm e con una buona potenza fisica, è una prima punta possente dotato di un discreto fiuto del gol, capace anche di mettere in mostra una tecnica degna dei migliori numeri 10: insomma, un giocatore che in attacco potrebbe fare faville in ogni posizione. A ventidue anni si trasferisce all’Estudiantes di La Plata, il glorioso e plurititolato club per il quale il Caldera, com’è soprannominato, fa il tifo sin da bambino. In tre stagioni, tra la massima serie e la serie B, segna ben 52 gol in 139 partite ufficiali, numeri assolutamente di tutto rispetto per un giocatore così giovane. Nel 1996 passa ad un’altra squadra ricca di storia e fascino, l’Independiente di Avellaneda, e con la maglia dei Diavoli Rossi realizza altre 23 reti in una sola stagione, facendo le prime comparse anche nella nazionale guidata da Daniel Passarella: il tutto gli vale le attenzioni del Napoli.

Il club campano infatti, dopo una stagione di basso profilo con l’unica soddisfazione della finale di Coppa Italia, è in cerca di qualche giocatore in grado di fargli fare il salto di qualità: il presidente Ferlaino non bada a spese e porta a casa il Principe Giannini, il funambolo Asanović, il geniale ma sregolato Allegri e appunto Calderón che, nel progetto del numero uno della società partenopea, con Protti e l’altro neoacquisto Bellucci andrà a costituire l’attacco più temibile della serie A. A Napoli poi, com’è noto, c’è un’attrazione particolare per gli argentini grazie allo straordinario e indelebile ricordo lasciato da Diego Armando Maradona, e dunque le attese attorno a questo oggetto misterioso venuto dal Sudamerica sono davvero tante. Attese che aumentano ulteriormente, quando durante l’estate il buon Calderón si lascia andare a dichiarazioni indimenticabili, come quella nella quale afferma di voler fare più gol di Angelillo, autore di 33 realizzazioni nella sola stagione 1958-1959: sarà forte, sarà bravo, ma di certo il novello Batistuta, altro soprannome che si porta dietro dall’Argentina, non trasuda umiltà.

Il Napoli di mister Mutti parte male: quattro punti in sei gare e l’allenatore bergamasco viene prontamente esonerato. Mazzone lo rimpiazza, ma quattro sconfitte in altrettante partite fanno saltare la seconda panchina dell’anno alla squadra partenopea; non va molto meglio a Galeone, che verrà licenziato alla ventesima giornata, mentre Vincenzo Montefusco, ultimo tecnico di quell’indimenticabile stagione, avrà l’amaro compito di traghettare la squadra verso una precoce retrocessione in serie B, con soli 14 punti totali, ben 24 in meno del Vicenza salvo. Cosa c’entra Calderón in tutto questo? Poco, a dir la verità. Arrivato al San Paolo con l’intenzione, come abbiamo visto, di spaccare record, mari e monti, pagato ben 7,5 miliardi di vecchie lire nonostante quella del Napoli fosse stata l’unica offerta presentata (e già lì si sarebbe potuto fiutare la puzza di bruciato), tra un proclama e l’altro il “bomber” argentino scende in campo solo sei volte, spesso per scampoli di partita, realizzando zero reti. Lui si lamenta pubblicamente, accusando i vari mister di schierarlo fuori ruolo o di non dargli abbastanza spazio: in compenso, il pubblico del San Paolo, resosi conto ben prima della dirigenza di questo pacco colossale, lo subissa di fischi ad ogni occasione. Lento e macchinoso come pochi altri giocatori apparsi in serie A e con una mira sotto porta piuttosto inguardabile, è anche poco considerato dai tecnici, come ricordato da alcuni ripetuti siparietti tra il presidente Ferlaino, che spinge per vedere in campo questo costoso gioiello, e il mister Mazzone che risponde “Se m’incavolo, lo faccio giocare sul serio!”. A nulla valgono le notevoli interviste rilasciate ai giornali locali e nazionali, nelle quali, oltre a parlare spesso in terza persona (altra prova di un’umiltà evidentemente non eccelsa), dice di aver bisogno di tempo per capire il calcio italiano e per entrare nei vari meccanismi, oltre che ovviamente di spazio per giocare. Il dato inconfutabile è che Calderón viene prontamente fatto fuori a gennaio, tornando all’Independiente, che lo paga circa un terzo di quanto aveva incassato d’estate: insomma, un vero pacco, anche dal punto di vista economico.

Scacciato da Napoli, dove è rimasta la tradizione di chiamare “Calderón”i bidoni di ogni calciomercato, questo giocatore si ricostruisce un’apprezzabile carriera tra Independiente, Estudiantes, Argentinos Juniors, Arsenal de Sarandí e due squadre messicane, con anche qualche prova memorabile come un gol da oltre 40 metri segnato nel 1998 al Boca Juniors: tuttavia, le buone prestazioni in questi campionati non sono sufficienti a farlo rientrare nel giro della Selección, né tantomeno a concedergli una seconda chance in Europa, anche a causa di un carattere difficilmente gestibile. Certo, forse i 200 gol in carriera, tra Argentina e Messico, sono una testimonianza del suo buon talento: inoltre, il Napoli di quella dannata stagione non era certo l’ambiente migliore dove confermarsi; resta il fatto che comunque, per demeriti propri o per sfortuna, José Luis Calderón è ricordato da tutti gli appassionati di calcio, non solo da quelli partenopei, come uno dei fiaschi più colossali della storia calcistica italiana.

 

IL PALLONE GLAMOUR

“Finale London”, il pallone Adidas della prossima finale di Champions. Dai vecchi anonimi palloni di cuoio alle griffe ipertecnologiche.

Finale London 2011“Il tizio che ha disegnato questo pallone non ha mai giocato a calcio.” Robinho, centravanti brasiliano, a proposito del pallone Jabulani, adottato negli ultimi mondiali in Sudafrica.

Il pomeriggio del 3 marzo l’Adidas ha scoperto il sipario sulla sua nuova creazione in materia pallonara, presentando il Finale London, sorretto per l’occasione da tre calciatori del campionato inglese: l’algerino Samir Nasri dell’Arsenal, l’ivoriano Salomon Kalou del Chelsea e l’inglese di origine dominicana Jermain Defoe in forza al Tottenham.

Il nuovo pallone è decisamente grazioso, sul consueto modello dello starball Adidas, ed è colorato da stelle rosse su sfondo bianco, a ricordare la Croce di San Giorgio, l’emblema della bandiera inglese. E a leggere gli entusiastici commenti degli addetti ai lavori della UEFA, “il pannello a stella e il design esagonale assicurano le traiettorie più reali, mentre il pallone mantiene il materiale da brivido delle precedenti edizioni garantendo potenza, effetto e controllo”.

Il monopolio dei palloni Adidas sulle competizioni calcistiche internazionali è pressoché assoluto fin dal Mundial messicano del 1970, quando, dopo avere rimpiazzato il rossiccio monocromatico pallone inglese Challenge della Slazenger, fece il suo esordio il Telstar, composto da 12 pentagoni di cuoio nero e venti esagoni di cuoio bianco: tutto al fine di agevolare la visione televisiva, ancora orfana del colore. Non a caso, Telstar era anche il nome del primo satellite televisivo geostazionario, lanciato in orbita dalla NASA nel 1962, che aveva reso possibili le trasmissioni in diretta tra l’America e l’Europa. E sempre il Telstar nel 1972 farà il proprio ingresso nelle coppe europee, accaparrandosi di fatto il dominio dei tre tornei gestiti dalla UEFA.

Nel 1978, l’anno dei mondiali di Argentina, l’Adidas darà un ritocco al design, e le figure geometriche saranno modificate quel tanto necessario a comporre 12 cerchi identici. Era nato il Tango, sempre tassativamente bianco e nero e sempre rigorosamente in cuoio. Per arrivare al sintetico si dovrà aspettare il secondo Mundial messicano del 1986, con l’esordio di Azteca, anche se quasi identico ai suoi predecessori nel look.

Per la qualità del gioco il passaggio al sintetico è una novità epocale, dal momento che le cuciture non sigillate delle forme di cuoio avevano il difetto non irrilevante di assorbire l’acqua come una spugna; e sotto la pioggia il peso della palla aumentava di un quarto almeno. Da quel momento, l’arrembaggio delle nuove tecnologie diventerà irrefrenabile, e saranno introdotte di seguito: la schiuma poliuretanica di ispirazione aerospaziale, quella sintattica composta da microsfere riempite di gas, la stampa sottovetro, i test con la gamba robotica, e la saldatura termica che manderà definitivamente in pensione le ormai decrepite cuciture. E se non fosse stato per l’oscurantismo della FIFA, da sempre restia alle innovazioni, saremmo già arrivati al pallone con microchip incorporato, già realizzato e testato per dirimere le controversie arbitrali, e consegnare agli archivi i famigerati “gol fantasma”, eterne fonti di infinite polemiche.

Il monopolio di fatto dell’Adidas nelle coppe europee sarà sancito da un contratto con la UEFA a partire dal 2001, quando è stato creato lo Starball, che ogni anno prende il nome della città ospitante la finale, e diventa il pallone unico della squadra vincente per la stagione successiva di Champions. E la settimana scorsa la sua presentazione, giunta al decimo compleanno, si è confermata un evento mondiale: pubblicitario, mondano, e anche un po’ sportivo, allo stesso tempo.

Finale Madrid 2010Tango 1978Telstar 1970

 

 

 

 

 

Finale London 2011 - Copertina

IL FUTURO NERAZZURRO SI FA SEMPRE PIU’ ROSEO

Difesa ferrea, centrocampo eclettico, attacco devastante. La ricetta della vittoria nerazzurra al Torneo di Viareggio

InterAlla fine ce l’hanno fatta. Pea ed i suoi ragazzi hanno saputo regalare all’Inter la sesta imposizione viareggina della propria storia, al termine di un Torneo giocato su livelli realmente molto alti. Difesa ferrea, centrocampo eclettico, attacco devastante. Ecco la ricetta della vittoria nerazzurra.

E quando al termine di una competizione ti ritrovi ad avere in rosa il miglior giocatore nonché capocannoniere (per quanto a parimerito con Giuseppe De Luca, trascinatore del Varese dei miracoli di Devis Mangia) ed il miglior portiere della stessa qualcosa – e di piuttosto importante – significa. Al solito sui premi individuali si potrebbe stare a discutere molto. In questa occasione forse meno rispetto a quello riguardante gli estremi difensori, con Bardi che è stato assolutamente maiuscolo, trascinante e decisivo, più rispetto a quello riguardante il migliore giocatore in assoluto, laddove diversi sono stati i ragazzi sicuramente meritevoli.

Inter che torna quindi a vincere un Torneo di Viareggio e lo fa con grandissima autorità. Prendiamo quindi la formazione scesa in campo nella finalissima disputata contro l’ottima Fiorentina di Renato Buso ed analizziamola, per scoprire un pochino meglio i segreti del meccanismo costruito ed oliato da Fulvio Pea. Beneamata schieratasi quindi con il solito 4-3-3 in cui spiccava però subito una presenza per così dire anomala: il giovane Marco Davide Faraoni, terzino destro sino alla scorsa stagione stella delle giovanili laziali, è infatti schierato ibridamente come ala offensiva in fase di possesso e quarto di centrocampo, all’occorrenza, in fase di non possesso. E proprio questa sarà una delle chiavi di volta della partita.

Ma andiamo con ordine. In porta confermatissimo, al solito, uno dei giovani portieri italiani che stanno attualmente meglio cavalcando la cresta dell’onda, quel Francesco Bardi prelevato solo la scorsa estate dal Livorno (guarda a caso la società la cui casa è proprio lo stadio in cui si è disputata la finalissima di quest’ultima Coppa Carnevale) cui ho personalmente già visto parare, nelle poche volte che ho avuto il piacere di vederlo giocare, ben quattro rigori. Il primo risale ad ormai un anno e mezzo fa circa quando il nostro, impegnato con l’under 17 dei classe ’92 al Mondiale nigeriano di categoria, venne chiamato in causa da Pasquale Salerno per sostituire il titolarissimo Mattia Perin, indisponibile in vista della gara da disputarsi contro gli Stati Uniti. Sceso in campo apparentemente senza grandi patemi il giovane Bardi disputerà una partita molto autoritaria, andando a contribuire fattivamente al passaggio del turno Azzurro in particolar modo con il rigore neutralizzato al cospetto di Jack McInerney, stella della formazione a stelle e strisce (ed attualmente in forza ai Philadelphia Union, squadra affiliata all’MLS). Il secondo l’ha invece neutralizzato nel corso dei quarti di finale di questo Viareggio al cospetto di uno dei migliori rigoristi al mondo della sua leva, quel Diego Polenta che, guarda caso, il Mondiale under 17 di cui sopra lo disputò, e da capitano, con la maglia Celeste dell’Uruguay. Il terzo ed il quarto, infine, li ha parati nel corso della semifinale contro l’Atalanta, quando proprio grazie a questi due interventi ha trascinato i suoi in finale. Grandi qualità per questo ragazzo, che proprio nell’opporsi ai calci piazzati dagli undici metri sembra avere una marcia in più.

A difesa dell’ultimo baluardo Nerazzurro, quindi, una linea a quattro ben assortita e, soprattutto, molto compatta. Non deve stupire, infatti, il fatto che questa squadra abbia subito, nel corso dell’intero Torneo, una sola rete. Parliamo del resto di giocatori di qualità che essendo tatticamente molto ben preparati hanno saputo ergere una vera e propria linea Maginot a difesa del fortino. Perno del reparto è stato indubbiamente il figlio d’arte Simone Benedetti: acquistato in comproprietà nel corso dell’ultima estate dal Torino il centrale scuola Granata ha mostrato doti caratteriali, d’eleganza e d’efficacia in marcatura che ne fanno un prospetto realmente interessante, fors’anche in ottica prima squadra. Sempre sicuro in ogni intervento, grande senso dell’anticipo, Simone ha mostrato una tranquillità fuori dal comune ed un carisma notevole. Proprio grazie a questo è stato quindi in grado di guidare al meglio la quasi perfetta retroguardia Nerazzurra.

Molto bene, comunque, hanno fatto anche entrambi i terzini: Felice Natalino e Cristiano Biraghi. Sempre attentissimi in fase difensiva, infatti, non hanno disdegnato nemmeno ad accompagnare i propri compagni in fase di propulsione, mantenendo comunque sempre e costantemente l’attenzione altissima e indirizzata rispetto ai propri compiti difensivi. Proprio il loro apporto è stato quindi fondamentale alla realizzazione di una solidità difensiva quasi perfetta. A livello personale, poi, da sottolineare come alla solita grandissima classe, dovuta ad una tecnica fuori dal comune (quantomeno per un difensore), il lamentino Natalino ha saputo abbinare anche una concentrazione assoluta, aspetto in cui in passato ha più volte difettato. La via intrapresa, insomma, è quella giusta. Un plauso va poi riservato anche al suo alter ego, Biraghi, che è stato perfetto praticamente in ogni chiusura. A completare il reparto difensivo è stato quindi il ceko Marek Kysela, diciottenne centrale difensivo nativo di Rokycany che grazie ai miglioramenti compiuti da dopo il suo sbarco a Milano si è dimostrato essere lo scudiero perfetto per Benedetti.

Il centrocampo, poi, è stato schierato fondamentalmente a tre, con una configurazione che ricorda un po’, per tornare su di un tema toccato in precedenza, quello che approntò Salerno proprio in quei Mondiali giovanili nigeriani del 2009. Esattamente come allora, infatti, Pea sceglie di mettere un regista dai piedi buoni come centrale e due mezz’ali con caratteristiche ben precise. Vediamole. Il mediano davanti alla difesa con compiti di impostazioni è, guarda caso, lo stesso: Lorenzo Crisetig, diciassettenne talento ormai da anni tra i più stimati tra gli addetti ai lavori, considerato, per così dire, il nuovo Pirlo di questa ultima covata Azzurra. Tecnica sopraffina, intelligenza tattica inusuale in un ragazzo così giovane e capacità di dettare i tempi propria dei grandi registi. Davvero un po’ tutto ciò che serve a chi si disimpegna in questo ruolo per ben comportarsi, facendo girare attorno a sé tutta la propria squadra. Le due mezz’ali, invece, sono state Romanò e Jirasek, rispettivamente a destra e a sinistra.

Perché quel paragone con l’under 17 del 2009? Semplice: da una parte un Romanò che per certi versi mi ha ricordato molto il De Vitis di quella nazionale. Mezz’ala tuttofare capace davvero di coprire una porzione di campo enorme garantendo quantità ma anche discreta qualità. Ad un’ottima capacità in fase di possesso, laddove ha aiutato molto i compagni a mantenere il giusto equilibrio di squadra (del resto per subire una sola rete deve esserci una fase difensiva globale impostata al meglio, il merito non può certo essere esclusivamente della retroguardia), ha difatti abbinato una buona continuità in fase propositiva e conclusiva. In più di un’occasione è stato lesto nel farsi trovare a ridosso dell’area di rigore, pronto a dare un’opzione in più al portatore di palla quanto a rifinire per un compagno (come nel caso della prima rete segnata da Dell’Agnello nella finale con la Fiorentina). Sulla sinistra, invece, ha agito Jirasek che ha ricordato un po’, tatticamente, il gioco di quel Fossati grande protagonista con la maglia dell’under 17 Azzurra due anni or sono. La qualità globale dell’ex Sparta Praga non è certo paragonabile a quella della stellina attualmente in forza alla Primavera Rossonera, ma nei movimenti in campo il buon Milan mi ha ricordato proprio il lavoro svolto da Marco Ezio allora.

Davanti, poi, un tridente atipico. Sulla destra, come detto, ha difatti giocato, sempre limitandoci alla finalissima, Marco Davide Faraoni, di professione terzino. Dotato di una buona propulsione offensiva, però, è stato sfruttato da Pea, come precedentemente già successo anche in precedenza, proprio da ala d’attacco. Ed è stata questa una delle chiavi di volta del match: il suo apporto in fase di non possesso è stato infatti superiore a quello che sarebbe potuto derivare dall’utilizzo, ad esempio, di un giocatore come Thiam. In alcuni casi, addirittura, il centrocampo interista si è potuto schierare a quattro, proprio con l’arretramento dell’ex Lazio sulla linea dei centrocampisti e con lo slittamento sulla fascia opposta di Jirasek. Schema camaleontico, potremmo dire, in quanto poi in fase di possesso il buon Marco ha fatto realmente l’ala, producendo per altro anche diversi spunti interessanti con i quali ha confermato le proprie capacità propulsive.

Tridente, quello Nerazzurro, completato da capitan Alibec e bomber Dell’Agnello. Il primo ha agito largo sulla sinistra, mettendo in mostra un atletismo importante ed una tecnica più che discreta. Per buona parte del primo tempo proprio l’abbinamento di queste due importanti caratteristiche l’hanno portato ad essere una vera e propria spina nel fianco della difesa Viola e non è un caso se proprio dalla sua parte è nata l’azione dell’1 a 0. Il secondo, invece, ha stazionato, al solito, al centro dell’attacco, come unico vero e proprio punto di riferimento della propria squadra. Centravanti forte fisicamente, Dell’Agnello, ma dalle caratteristiche tutto sommato atipiche. In diverse occasioni lo si è potuto infatti notare svariare lungo un po’ tutto il fronte dell’attacco, per tenere quanto più possibile impegnata la retroguardia avversaria. In molte movenze, poi, ricorda quel Marco Borriello che, per altro, par essere il giocatore cui si ispira. Non un vero e proprio centravanti boa, insomma. Ma comunque punta che, e lo ha dimostrato ampiamente, sa rendersi molto pericolosa in fase realizzativa.

Davvero una bella squadra, in definitiva, quest’Inter di Pea. E chissà che in un prossimo futuro qualcuno di questi ragazzi non possa tornare utile anche per la prima squadra…