LA TRAGICA EPOPEA DI FEDERICO LUZZI

Andarsene via così, all’improvviso, quando si è nel fiore degli anni. Un male oscuro e incurabile che, invece di aggredirti gradualmente dandoti magari il tempo di provare una reazione, ti distrugge in una manciata di giorni. Dalla diagnosi di leucemia mieloide acuta, una versione fulminante di questa orrenda malattia, alla morte di Federico Luzzi passano appena due giorni. E lui era giovane, bello e forte, e aveva tutta l’intenzione di ricostruirsi quella brillante carriera che era stata fermata, in ultimo, da una squalifica per scommesse. Ma il destino riserva sempre qualche sorpresa, a volte anche tragica e orribile.

Federico Luzzi nasce ad Arezzo il 3 gennaio 1980, figlio di Maurizio, professione medico, e Paola Cesaroni, insegnante di musica. Già a 3 anni ha in mano la racchetta, giocando sui campi del Circolo Tennis cittadino: talentuoso sin da giovanissimo, ha tutte le caratteristiche del predestinato, e i successi si susseguono nelle varie categorie giovanili. Da juniores diventa campione del mondo, campione europeo e svariate volte campione nazionale, battendo in varie occasioni gente del calibro di Roger Federer, Marat Safin e Lleyton Hewitt: è limitato unicamente dalla spondilolisi, una malformazione vertebrale che lo costringe a numerosi stop e che ne ritarderà il successo tra i professionisti. I due atleti che lo ispirano sono tennisti italiani di grande talento: uno è Mosé Navarra, mancino velenoso esploso a Wimbledon 1996 e poi sparito nell’oblio per lunghi anni, l’altro è Renzo Furlan, esperto veneto per lunghi anni leader della nazionale di Davis, tra i primi venti al mondo nel 1996. Viene allenato dal leggendario Nick Bollettieri e precedentemente da Corrado Barazzutti, col quale non mancano i litigi e le incomprensioni, ma la sorte li rivorrà insieme nella Coppa Davis 2001, uno dei momenti più belli nella carriera dell’aretino.

Debutta nel circuito dei professionisti nel 1999, con una serie di ottime prestazioni nei tornei Future e Challenger: assieme al concittadino Daniele Bracciali, a Filippo Volandri e all’altoatesino Florian Allgauer rappresenta una delle migliori nuove leve del tennis azzurro, e in effetti, di questo talentuoso gruppetto, solo il bolzanino non riuscirà mai ad esprimersi ad alti livelli. Deve attendere solo una stagione per farsi conoscere al grande pubblico: nel 2000 infatti supera ben due turni al ricco torneo di Kitzbühel, prendendosi il lusso di eliminare l’argentino Guillermo Coria, futuro top ten mondiale.

L’annata successiva è quella della consacrazione, con l’aretino che parte in tromba, vincendo già a febbraio il prestigioso challenger di Bombay, dopo aver eliminato il beniamino di casa Leander Paes. Pochi giorni dopo raggiunge la semifinale nell’altro challenger di Singapore, guadagnandosi così la convocazione in Coppa Davis: la squadra azzurra, alle prese con il secondo turno della zona Euro-Africana (la serie B del torneo per nazioni), si trova anche coinvolta in una serie di problematiche federali, che generano una sorta di “ammutinamento” da parte dei tennisti più quotati. Dunque, largo ai giovani, e Luzzi, che si sente assolutamente fortunato per poter coronare uno dei sogni della carriera, ha un debutto veramente indimenticabile. L’avversario, nella bolgia di Helsinki, è Ville Liukko, esperto ma incostante biondino: 6-4, 7-6 e la strada per l’aretino sembra spianata, ma i soliti dolori alla schiena lo limitano parecchio, e poi viene fuori la maggiore abitudine dell’avversario a giocare sui cinque set, permettendogli di imporsi 6-4, 6-3 nei successivi due parziali. Si arriva ad un quinto set infinito, con match point salvati da una parte e dall’altra, fino a che Luzzi riesce ad imporsi 14-12, dopo 4 ore e 28 minuti, la partita più lunga di sempre per un italiano in Coppa Davis. La nazionale passa il turno, ma nello spareggio decisivo il giovane talento azzurro non può nulla contro i colpi di Ivanisevic e Ljubicic, che riportano la Croazia nella massima serie. Tuttavia, nel mezzo, c’è stata una stagione straordinaria  per Federico: quarti di finale a Barcellona, dopo aver sconfitto l’esperto spagnolo Calatrava; ottavi a Roma, ai danni di Arnaud Clement (numero 7 mondiale) e Hicham Arazi (19); qualificazione al Roland Garros, dove fa sudare Kafelnikov, ed una serie di altri risultati interessanti che gli permettono di risalire, a fine stagione, al numero 96 mondiale, posizione migliorata di cinque gradini nei primissimi giorni dell’anno seguente. Un tennista che sembra sulla via della gloria, per quanto alcuni suoi atteggiamenti possano sembrare eccessivi, come certi gesti di nervosismo e qualche bestemmia di troppo: tuttavia, la sfortuna è in agguato e si manifesta sottoforma di una grave lesione alla spalla, che lo costringe ad un lungo stop, condizionandolo per tutto il resto della carriera. Inizia un tunnel buio per Federico, con infortuni in quantità e risultati che non vogliono più saperne di arrivare: si conferma anche il suo carattere non proprio docile, quando, il 9 settembre 2004, stende con tre pugni l’austriaco Köllerer, noto provocatore del circuito mondiale, accusato di aver segnato il punto decisivo con una palla ben oltre la linea laterale. La classifica non lo premia, scaraventandolo oltre la cinquecentesima posizione.

Nel 2005 inizia una lenta risalita, stimolata dall’incontro con l’allenatore Umberto Rianna: l’aretino si qualifica agli Austrlian Open, costringendo al quinto set il funambolico Marcos Baghdatis, e fa vedere buone cose sia nei challenger che nei tornei di alto livello, come nel caso di Buenos Aires. Anche nel 2006 si conferma il trend positivo, con il recupero fino alla centocinquantesima posizione mondiale.

Ad inizio 2007, eliminato dal britannico Macklin nell’ultimo turno di qualificazione agli Australian, si fa notare per l’urlo “Maaaaterazzi campione del mondo!” con cui si congeda dal pubblico di Melbourne, ma l’ingresso nel main draw di Montecarlo, la semifinale nel challenger di Torino e la vittoria sul quotato austriaco Melzer nel primo turno di Doha gli consentono di continuare la scalata, sino alla 104esima posizione mondiale e al ritorno in nazionale, coronato da una netta vittoria sul lussemburghese Bram. Nell’estate 2007, in quella Kitzbühel che lo aveva lanciato ad alti livelli sette stagioni precedenti, Luzzi gioca il suo ultimo torneo ATP, perché il 2008 si apre con una squalifica di ben 200 giorni a causa di 273 scommesse su altrettanti incontri tennistici (alcuni dei quali lo vedevano direttamente in campo), circostanza assolutamente proibita dalle regole internazionali, per quanti gli importi delle puntate siano stati bassi e non ci siano mai stati tentativi di alterare il risultato di alcun match. Nel frattempo, durante lo stop forzato, si spalancano per lui le porte di Hollywood, guadagnandosi una parte in una serie televisiva il cui primo ciak sarebbe stato a dicembre: ma nel rientro in campo a settembre mostra un’insolita spossatezza, inizialmente attribuita alla lunga lontananza dai campi da tennis, fino all’ultimo match il 19 ottobre a Olbia, non portato a termine a causa di un violento mal di testa. Il resto è stato detto: una diagnosi terribile e la morte al termine di un breve ma dolorosissimo calvario, alle 15 del 25 ottobre. Perché la vita non guarda in faccia a nessuno.

ASCESA, CADUTA E RINASCITA

La parabola di José Rujano, corridore venezuelano

Sud America, terra di scalatori. Già, perché tra Colombia, Venezuela e Messico sono nati alcuni dei più forti grimpeur dell’ultimo trentennio ciclistico: ragazzi che nascono in villaggi sperduti delle Ande, abituati sin da subito all’aria rarefatta, e che quindi si trovano perfettamente a loro agio sulle salite alpine e pirenaiche. Crescono tra la miseria e la povertà di quelle terre e vedono nell’Europa il loro El Dorado, il loro punto d’approdo, dove arrivare con una valigia di cartone (come nel caso di Julio Alberto Pérez Cuapio, eccezionale ma incostante eroe dei primi giri del nuovo millennio) per ottenere fama, gloria e soldi. L’irregolarità è spesso una caratteristica comune di questi corridori: si diceva di Pérez Cuapio, un talento cristallino buttatosi via nel giro di poche stagioni, ma anche Leonardo Sierra, Hernan Buenahora e José Rujano non sfuggono alla regola. E proprio al Giro d’Italia si è assistito al ritorno di fiamma di quest’ultimo.

José Humberto Rujano Guillén, questo il suo nome completo, nasce il 18 febbraio 1982 a Santa Cruz de Mora, centro amministrativo ed agricolo nello stato di Mérida, in Venezuela. Sin da piccolo, il ragazzo conosce la vita dura di molti suoi coetanei di quelle parti: trascorre le mattine sui banchi di scuola e i pomeriggi nelle piantagioni di caffè, assieme ai suoi familiari, arrivando a piantare sino a 5000 piantine al giorno. A otto anni, dopo tanti sacrifici, arriva la prima bicicletta, ed è subito grande amore: pronti via, José inizia ad allenarsi di sere, al termine di giornate spossanti, e a gareggiare nei weekend, ottenendo subito buoni risultati. Da giovane è il ciclismo su pista la sua prima passione, ma in poco tempo, rendendosi conto dei suoi mezzi fisici da scricciolo (162 cm per 49 kg di peso forma), segue la strada della montagna, quella dei colombiani e soprattutto del suo compaesano e idolo Leonardo Sierra, un Giro del Trentino e una tappa al Giro d’Italia nel palmarés.

Il debutto tra i professionisti arriva nel 2003 con la Colombia-Selle Italia, la squadra per metà italiana e per metà sudamericana diretta da Gianni Savio e Marco Bellini, vera fucina di scalatori cristallini per moltissime annate. Per le prime due stagioni, giovane e inesperto, viene fatto crescere con gare nel suo continente, conquistando tra l’altro una tappa alla Vuelta al Táchira, tradizionale kermesse di apertura del calendario sudamericano. Nel 2004 riesce a fare sua la classifica finale di quella corsa e anche quella della Vuelta a Santa Cruz de Mora, la zona dove è nato e cresciuto, convincendo Savio a trasferirlo sul calendario europeo per la stagione successiva.

L’anno di svolta è il 2005: dopo un altro dominio (tre tappe più classifica generale) a Táchira, Rujano si trasferisce a Laigueglia, in Liguria, per preparare al meglio il primo Giro d’Italia della sua carriera. Tuttavia, almeno per qualche tempo, non riesce a trovare la serenità necessaria per allenarsi al meglio, visto che la sua città viene travolta, l’11 febbraio, da una devastante alluvione che per giorni interi gli impedisce di entrare in contatto con i suoi familiari e con gli amici più cari, prima di scoprire che metà del suo paese, di fatto, non esiste più, spazzato via dalla furia dell’acqua. Resosi conto che quantomeno i suoi familiari stanno bene, riprende ad allenarsi più forte che mai, con un unico obiettivo in testa, il Giro d’Italia e le sue montagne: fare bene, vincere una o più tappe, poter dedicare qualche successo alla sua gente, quella povera gente che ha perso tutto. Una buona prova alla Settimana Coppi&Bartali, una fastidiosa influenza, tanto allenamento col compagno Leonardo Scarselli e poi eccolo, una formica in mezzo al gruppo, al via della corsa rosa a Reggio Calabria, il 7 maggio di quell’anno. Sin dalle prime salite, José brilla con una fuga dietro l’altra e conquista la maglia verde, ovvero la classifica a punti dei gran premi della montagna: tuttavia, le inevitabili batoste nelle prove a cronometro lo fanno scivolare abbastanza lontano da Di Luca e Basso, dominatori della prima metà di quel Giro. Anche a Zoldo Alto, impegnativo traguardo del comprensorio dolomitico, si difende egregiamente, ma il mondo del ciclismo, per scoprire veramente Rujano, deve aspettare la tredicesima tappa, il 21 maggio. A Ortisei, dopo Sella, Gardena e Passo delle Erbe, vince il compagno di squadra Ivan Parra, agile colombiano: Rujano è terzo, a soli 23’’, fa incetta di punti per la maglia verde e per la prima volta stacca i big. Nella frazione successiva, altra lunga fuga sua e di Parra, col prestigioso Passo dello Stelvio, Cima Coppi, varcato in testa, e altra vittoria del compagno, con Rujano nuovamente terzo ma che scala posizioni su posizioni in classifica generale. Tutti i giornalisti iniziano a intervistare questi due sudamericani, così simili ma così diversi: Parra ha il ciclismo nel sangue, con il fratello terzo al Tour 1988, e un fisico leggermente più possente; Rujano, esile, rasato e con l’orecchino come il suo idolo Pantani, si è fatto da solo, un passo dopo l’altro, facendo dell’agilità e dell’alzarsi sui pedali, come i veri scalatori,  i suoi tratti distintivi.

Passano le salite, e il piccolo venezuelano è sempre lì: è infatti secondo a Limone Piemonte, dove si prende il lusso di anticipare Simoni in volata, arrivando così sino al terzo posto nella graduatoria generale, che non viene scalfito nemmeno da una prevedibilmente disastrosa cronometro di Torino. Tuttavia, la vera impresa è datata 28 maggio. Quel giorno, lui e Simoni vanno all’attacco dell’inesplorato Colle delle Finestre, con gli otto chilometri finali che si arrampicano, rigorosamente in sterrato, oltre quota 2200 metri, per sfiancare la maglia rosa Paolo Savoldelli; per lunghi tratti, il trentino è leader virtuale della classifica, ma il Falco bergamasco recupera terreno prezioso nella discesa seguente. Sull’ascesa finale, verso Sestriere, Rujano va a prendersi la gloria, staccando Simoni negli ultimi chilometri: solo una crisi di fame, che lo fa affacciare sul traguardo con l’occhio vitreo e il volto segnato da una fatica immane, un’immagine da ciclismo d’altri tempi,  gli impedisce di guadagnare quella quarantina di secondi in più necessari a strappare la leadership a Savoldelli. Ma comunque la tappa è sua, e anche il terzo posto nella classifica finale, a 45’’ secondi dal vincitore e 17 da Simoni; anche l’ambita maglia verde viene meritatamente indossata dal venezuelano, con quasi il triplo dei punti del compagno Parra.

Forse l’improvvisa gloria gli dà alla testa, forse ci si mette un po’ di sfortuna, fatto sta che dalla stagione seguente Rujano è solo lontano parente di quel cavallo di razza d’alta montagna ammirato al Giro 2005. Abbandona presto Savio e la Selle Italia per inseguire un ricco contratto alla Quick Step, ma né lì, né alla Unibet e alla Caisse d’Epargne riesce ad ottenere risultati minimamente paragonabili a quelli del 2005. Per lunghe stagioni, è l’oblio la nuova dimensione di Rujano, la pancia del gruppo dalla quale non riesce più ad uscire, e sulle montagne non è più lui a staccare gli altri, ma sono gli altri a staccare, peraltro senza troppe difficoltà, lui. Infezioni e cadute, litigi e cene d’altro livello col presidente Chavez, un divorzio e una seconda moglie, cinque stagioni buttate vie, un’eternità, con solo qualche successo nei campionati nazionali, nella solita Vuelta a Táchira e al Giro di Colombia. Tutto questo finché…nell’inverno 2010 la sua strada non si incrocia nuovamente con quella di Gianni Savio.

L’ultima chance della vita, con l’Androni Giocattoli-Serramenti Diquigiovanni e lo stipendio ridotto (giustamente) al minimo: ma, finalmente, ha tanta serenità e tanta voglia di fare. Un po’ di sana follia in questa scommessa, che però, contro i pronostici di molti, si rivela vincente: Rujano è secondo nella tappa dell’Etna del Giro di quest’anno, e vince poi sul Grosslockner, primo arrivo alpino della corsa rosa, scalando i duri passi di quella tappa con la leggiadria e l’agilità di sei anni prima. Felici come bambini, per la loro vittoria, Rujano e il team manager Savio si abbracciano pubblicamente e si fanno fotografare sul belvedere della montagna, a celebrare la rinascita di un campione che, anche per il futuro, promette di fare “vita da atleta” e di essere sempre tra i più forti scalatori del mondo.

IL NONNO IN ROSA

La storia di Andrea Noè, il più anziano tra i corridori al Giro d’Italia.

Tra i 207 corridori in gara al Giro d’Italia 2011 attualmente in corso, il più anziano è Andrea Noè, 42 anni compiuti lo scorso 15 gennaio. Alle spalle una carriera onesta, quasi sempre al servizio dei più quotati compagni di squadra, ma con qualche grande soddisfazione che ha contribuito a farlo entrare, ancora di più, nel cuore degli appassionati.

Andrea Noè nasce a Magenta, cittadina alle porte di Milano, all’inizio del 1969. Nel suo caso, sarebbe sbagliato parlare di “una vita a pedali”, come si fa con molti atleti che iniziano a pedalare sin dalla tenera età: infatti, trascorre l’infanzia sui campi di pallavolo, innamorandosi della bicicletta solo da adolescente. E quando dice ai genitori che intende passare al ciclismo, questi, preoccupati, lo portano dal medico. Tutti gli dicono che è troppo magro per poter reggere le fatiche delle due ruote, ma Andrea, sin dalla prima gara disputata a 16 anni e mezzo dove finisce davanti al fratello che correva già da qualche anno, dimostra una costanza e una grinta fuori dal comune. La trafila nelle categorie giovanili è costellata di sudore ma anche di qualche successo, come la vittoria nella Bologna-Raticosa, impegnativa scalata al colle appenninico, che mette in mostra le sue doti di scalatore puro.

Nel 1993, all’età di 24 anni, arriva il debutto tra i professionisti, con la maglia della Eldor dove corre anche Marco Giovannetti, vincitore della Vuelta nel 1990: al servizio dell’esperto corridore toscano, Noè scopre il “suo” ciclismo, la sua vocazione, il suo modo di interpretare le corse. Non attaccare da lontano o fare volate (nelle quali più di una volta ha ammesso di essere assolutamente negato), non staccare i big in salita o tentare azioni da falco in discesa: ma lavorare per gli altri, tirare, faticare, sudare. Proteggere e servire, per usare il gergo poliziesco. E come molti altri “gregari”, termine che racchiude tutta l’umiltà, la leggenda e la professionalità del ruolo, si guadagna presto il soprannome di “Brontolo”, del corridore che, stando spesso in testa o in coda al gruppo principale, si trova a litigare con le telecamere della ripresa televisiva, a volte troppo vicine ai primi corridori. Una stagione dopo l’altra, una tirata dopo l’altra, questo corridore alto, castano e occhialuto si trova in squadra con tutti i più grandi atleti dell’ultimo quindicennio ciclistico: Tony Rominger, Johan Musseuw, Claudio Chiappucci, Michele Bartoli, Paolo Bettini, Mario Cipollini, Stefano Garzelli, Ivan Basso e Vincenzo Nibali. Dei big, perlomeno italiani, gli manca solo aver corso con Marco Pantani, quello che, come ricorda il milanese in una recente intervista, “quando scattava, noi ci giravamo dall’altra parte”, per non vedere il distacco clamoroso che infliggeva al gruppo in pochi metri. Tra una brontolata e una salita presa a tutta per il proprio capitano, la sua carriera ha anche un paio di perle degne dei più grandi campioni.

San Marino, 27 maggio 1998, Giro d’Italia: 173 km di fuga, scatti e controscatti con l’altro attaccante Chepe Gonzales sull’ascesa del Titano, una grinta scatenata a grandi scariche sui pedali per contenere il ritorno dei migliori. Alla fine, le mani al cielo, sette secondi sette e una cinquantina di metri di vantaggio su Marco Pantani, dopo una giornata tutta in testa. La gioia, poca, perché lui è un Brontolo di natura; la soddisfazione, tanta, perché una vittoria così vale una carriera, anche se il capitano Bartoli si arrabbia, perché credeva che quella tappa fosse disegnata apposta per lui. E due giorni dopo, a Schio, proprio quando Bartoli si rifà della delusione vincendo allo sprint su Guerini e Bettini, il milanese indossa la prima maglia rosa della sua vita. Nella frazione successiva, sotto la pioggia battente di Piancavallo, l’avventura da leader di Noè finirà, con un po’ di rammarico ma la consapevolezza di aver dato il massimo, come sempre.

Pur essendo un gregario, in salita è sempre tra gli ultimi a staccarsi, nonostante la fatica del lavoro di squadra: si spiega così il quarto posto nella classifica finale del Giro d’Italia 2000, addirittura davanti al capitano ufficiale della sua Mapei, ovvero il russo Pavel Tonkov. Lo stesso piazzamento nella graduatoria conclusiva viene ripetuto tre anni più tardi, nel secondo Giro vinto da Gilberto Simoni. Oltre a quei due giorni di gloria nel 1998 e a questi importanti risultati, la vita da gregario di Noè gli ha riservato anche il successo nella tappa di Leysin al Giro di Romandia nel 2000. Anno dopo anno, diventa uno dei corridori più esperti del gruppo, e non è raro sentire voci di ritiro sul suo conto. Ma anche da “vecchio”, lui c’è sempre, e a 38 anni inoltrati, nel 2007, indossa per altre due volte il simbolo del primato al Giro d’Italia, diventando così la maglia rosa meno giovane nella storia della nostra corsa nazionale.

Quando la Liquigas lo esclude all’ultimo dal Giro 2009, il quarantenne magentino sembra veramente prossimo ad appendere la bici al chiodo, ma tiene duro ancora un anno: tuttavia, la stagione 2010 in maglia Ceramica Flaminia non gli permette ancora di prendere parte alla corsa rosa, visto che la sua squadra non viene invitata per le vicende di Riccardo Riccò. Mollare? Mai. Si arriva a 42 anni, stagione 2011, e promette nuovamente che sarà l’ultima. Andrea detto “Brontolo” deve finire la propria avventura ciclistica al Giro d’Italia, e oggi, finalmente, è al via della cronosquadre di Venaria, al servizio del campione nazionale Giovanni Visconti. 600.000 chilometri pedalati nei 18 anni da professionista, pari a quattordici giri della Terra. Tutto in quel cognome, Noè, come il vegliardo della Bibbia che campò, si dice, 950 anni. In sella, una vita di fatica e di servizio. In casa, una vita tranquilla, come tutti gli antidivi che si rispettano, con la moglie Simona e la figlia Camilla. Con la cronometro di Milano del 29 maggio la sua epopea ciclistica, proprio nel giorno del compleanno della sua sposa, finirà definitivamente. Ma il mito dell’eterno e fedele Noè aleggerà sempre sul gruppo, come quello dei grandi campioni.

MARSAGLIA, SCI E ADRENALINA

Nell’ultima stagione, una delle sorprese più piacevoli della squadra azzurra di sci alpino è stata senza dubbio Matteo Marsaglia: romano trapiantato a San Sicario, ventisei anni da compiere ad ottobre, in questi mesi è riuscito a trovare quella continuità di rendimento necessaria per ottenere ottimi risultati. Del resto, il passato era stato avaro di soddisfazioni soprattutto a causa degli innumerevoli infortuni. E, una volta messa da parte la mala sorte, il ragazzo tesserato per il Centro Sportivo Esercito è riuscito ad imporsi come uno degli azzurri più brillanti nelle discipline della discesa, del supergigante e della supercombinata, con la gioia della partecipazione ai Mondiali di Garmisch-Partenkirchen. Inoltre, Matteo ha in casa un bel metro di paragone: è la sorella Francesca, che ha vissuto la migliore stagione della giovane carriera, con una serie di ottime prestazioni soprattutto in discesa libera.

A proposito di Francesca: ad inizio stagione tua sorella disse “Questo sarà l’anno di Matteo”. Pronostico rispettato?

«Direi proprio di sì, il pronostico della sorellina ha portato assolutamente bene. Ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato e sono andato anche oltre. Sì, credo proprio che sia stata la migliore stagione della mia carriera, ma non la vedo come un punto di arrivo, quanto come un ottimo punto di partenza per il futuro. Il fatto di essere riuscito ad andare regolarmente a punti in tutte e tre le discipline mi ha consentito di scalare le classifiche e dunque, nella prossima stagione, avrò dei numeri di partenza ancora migliori: in supercombinata rischio addirittura di essere nel primo gruppo, quindi ci sarà da divertirsi».

Tanti infortuni in passato, il più spaventoso è stato forse la caduta ai Campionati Nazionali Svizzeri nel 2009: come ci si rialza ogni volta?

«Già, nelle passate stagioni ho frequentato le sale operatorie decisamente troppo spesso, ma fortunatamente sono sempre riuscito a trovare la forza e la pazienza di rialzarmi ogni volta. Secondo me, in questo mi ha aiutato la consapevolezza che questo fantastico sport aveva ancora molto da darmi, era come se mi sentissi un po’ in credito con la Dea Bendata. Ovviamente, ringrazio anche i miei allenatori per la fiducia che mi hanno sempre dimostrato in quei momenti bui».

Cosa ha significato partecipare ai Campionati del Mondo di Garmisch?

«La possibilità di prendere parte ai Mondiali, oltretutto in supergigante che è la mia disciplina preferita, ha rappresentato la ciliegina sulla torta di questa annata indimenticabile. Inoltre, la convocazione è stata parecchio sudata, con una lotta fino all’ultima gara utile per guadagnarmi quell’agognato posto nel quartetto iridato, e quindi le emozioni in quei giorni erano fortissime: tuttavia, sono riuscito a trasformare quella grande attesa in una forza propulsiva che mi ha permesso di disputare un’ottima gara, conclusa al quindicesimo posto. Peccato solo per quell’erroraccio a metà gara, senza il quale avrei chiuso molto più avanti, ma non mi lamento perché comunque sono riuscito ad arrivare in fondo, ottenendo un risultato più che dignitoso».

Un parere sulla spinosa vicenda legata all’ormai ex direttore tecnico Claudio Ravetto?

«Non voglio entrare troppo nei vari discorsi politici interni alla federazione, ma al di là del fatto che personalmente ho sempre avuto un ottimo rapporto con Claudio, posso solo dire che io avrei seguito la regola “Squadra che vince non si cambia”. Non so quanto sia sensato stravolgere certe cose dopo una stagione brillante come quella appena trascorsa».

Com’è Matteo Marsaglia fuori dalle piste? Che passioni ha?

«In pista mi piace andare forte, e fuori non riesco a trattenermi. Pratico qualsiasi sport ma prediligo quelli più “adrenalinici”, in particolare tutto quello che riguarda il mondo dei motori e il mare. Infatti, appena riceverò il programma degli allenamenti estivi potrò scappare per qualche settimana a Fuerteventura, per praticare quel surf da onda che coltivo da anni, nei ritagli di tempo tra una stagione e l’altra. Indubbiamente un’altra grande passione è la musica, senza la quale non potrei davvero vivere!»

Avere una sorella con cui raffrontarsi costantemente è un vantaggio o uno svantaggio?

«Avere una sorella con cui condividere la stessa vita è assolutamente una fortuna, siamo sempre stati molto legati tra di noi e con l’altro nostro fratello Eugenio, anche lui nel giro delle nazionali fino a qualche stagione fa e ora maestro di sci, oltre che studente di giurisprudenza a Torino. Questo legame speciale ci ha spinto reciprocamente a tirar fuori il meglio di noi stessi, superando assieme tutte le difficoltà».

Infine, guardando avanti: qual è il sogno più grande?

«Proprio perché di sogno si tratta, mi piacerebbe in qualche modo riportare lo sci a quei livelli di popolarità raggiunti ai tempi di Alberto Tomba, ovviamente con l’aiuto di qualche compagno di squadra. Se proprio non ci riusciamo, quantomeno cercare di avvicinarsi».

LA FAVOLA DI MORENO TORRICELLI

Moreno Torricelli, il “Geppetto” del Calcio degli Anni Novanta

Moreno TorricelliIl mondo dello sport, e del calcio in particolare, è una piramide spietata: tutti ambiscono alla vetta, ma solo in pochissimi ci arrivano. Ogni ragazzo che gioca nella squadra del quartiere sogna ad occhi aperti correndo dietro al pallone, immagina il suo futuro sui campi dorati della serie A invece che su quelli fangosi della periferia, pensa a quando alzerà quella Coppa con le “grandi orecchie” come hanno fatto Maldini, Zanetti, Vialli, Baresi e tanti altri miti del passato. Tuttavia, quei sogni sono destinati a rimanere tali: a meno che, sin dalla tenera età, non si dimostrino doti tecniche tali da meritarsi il passaggio al settore giovanile di una squadra professionistica, per iniziare la scalata al vertice. Pochi ce la fanno a seguire questa strada, e ancora meno sono quelli che, pur crescendo e debuttando in qualche categoria inferiore, vengono successivamente notati dagli osservatori delle big; perché è chiaro, ormai si preferisce puntare solo calciatori affermati, su improbabili stranieri oppure (caso già più raro) su qualcuno svezzato in casa dal proprio settore giovanile. Come se nella nostra serie D non ci fossero giocatori, magari già di 23 o 24 anni, degni di un’occasione, anzi, dell’Occasione, quella che ti cambia la vita, che ti fa realizzare i sogni dell’infanzia. È per questo che la storia di Moreno Torricelli ha dell’incredibile, considerando la fredda (e stupida) razionalità del calcio moderno.

Moreno Torricelli nasce ad Erba, nella Brianza comasca, il 23 gennaio 1970, e cresce nel paese di Inverigo in una famiglia dove la determinazione e lo spirito di sacrificio sono sempre state le parole d’ordine, dal bisnonno che lavorava come fuochista in filanda al papà che, nonostante l’impegnativo lavoro di camionista, troverà sempre il tempo per seguire Moreno nelle sue avventure col pallone. Calcisticamente muove i primi passi nella Folgore di Verano Brianza; in una stagione, nella categoria Allievi Regionali, passa in prestito al Como, che ai tempi frequentava la serie A, ma ritorna poi nella squadra di origine, con la sensazione che il treno sia passato per sempre. Sacrificio e determinazione, si diceva. Passato all’Oggiono, in Promozione, e successivamente alla Caratese, nel Campionato Nazionale Dilettanti, è ancora ai margini del calcio professionistico, e dunque ha sì uno stipendio, ma non sufficiente per vivere in modo tranquillo: così Moreno, tutti i giorni, lavora fino alla sei di sera al mobilificio Spinelli come magazziniere, prima di recarsi al campo di allenamento, tornando a casa comprensibilmente stremato. Il pallone è un passione, il ventiduenne Torricelli non si aspetta certo chissà quali novità: dopo una gioventù come libero, si è riadattato a fare il terzino tutto grinta e corsa, su intuizione di Roberto Dustin Antonelli, già regista nel Milan dello scudetto della Stella e tecnico di quella Caratese che, nella primavera 1992, viene visionata da Claudio Gentile. L’indimenticabile campione del Mondo del 1982 è il direttore sportivo del Lecco, squadra di serie C2, e viene impressionato favorevolmente da questo ragazzo alto e con i capelli a spazzola (sono ancora lontani i tempi del suo look incolto, quasi western). Così, Gentile suggerisce il nome a Giovanni Trapattoni, allenatore della Juventus, che lo convoca prontamente e sorprendentemente per le tradizionali amichevoli di fine stagione, quando altre società di serie C erano ormai pronte ad avanzare un’offerta. Moreno Torricelli si trova, all’improvviso, catapultato nel sogno, indossando la maglia di uno dei club più prestigiosi; certo, il ragazzo, come da tradizione familiare, è interista, ma ovviamente non ci sono problemi “sentimentali” di fronte ad un’opportunità del genere. Il Trap gli parla in dialetto, lo sprona, lo incita e Torricelli sfrutta al volo questa grande possibilità; durante l’estate, tre giorni prima della partenza, gli arriva la telefonata che gli cambia la vita, perché viene convocato al raduno estivo della squadra, proprio quando nemmeno lui ci credeva più, visto che il telegramma di convocazione mandato in precedenza non era mai giunto a destinazione a causa di un refuso sull’indirizzo.

Inizia così la favola di Geppetto, il babbo e falegname della storia di Pinocchio, nomignolo scelto da Roberto Baggio: pronti via, alla seconda giornata di campionato è già titolare, e da lì in poi non lascerà più la fascia destra della difesa bianconera. La Juve di Trapattoni non fa faville in serie A ma si scatena in Coppa Uefa, vincendo il trofeo a spese del Borussia Dortmund, col comasco inamovibile sulla linea arretrata. Dopo un’altra stagione ad alti livelli, nella quale i torinesi giungono secondi alle spalle del Milan, inizia l’era Lippi: il tecnico viareggino non ha uno splendido rapporto con Torricelli, del quale però non può fare a meno, contribuendo a farlo crescere sul piano tecnico e a rafforzare sempre più il suo ruolo di indispensabile per quella Juventus che, tra il 1995 e il 1998, vincerà ben tre campionati, una Champions League e una Coppa Intercontinentale. Sono tre annate indimenticabili per Geppetto che, proprio contro l’Ajax, nella finale di Coppa 1996 disputata all’Olimpico di Roma, gioca probabilmente la sua migliore partita, contenendo le azioni offensive di Kanu e Kluivert, la coppia gol dei Lancieri. La mamma, vedendo Moreno alzare quel trofeo con le grandi orecchie, piange davanti al televisore, come le era successo solamente con Antonio Cabrini ai Mondiali di Spagna 1982. In sei anni con la divisa bianconera totalizza 153 presenze realizzando un’unica rete, e superando un gravissimo infortunio nel marzo 1997 che gli causa la lesione del crociato anteriore del ginocchio. Nel frattempo, per lui si spalancano anche le porte della nazionale italiana, con la quale contro il Galles nel 1996 e prende parte agli sfortunati Europei di quello stesso anno. Nonostante i problemi fisici, Cesare Maldini lo chiama per i Mondiali 1998, dove però non scende mai in campo, per poi chiudere la sua esperienza azzurra con una serie di amichevoli durante la gestione di Dino Zoff.

Tuttavia, nell’estate 1998 qualcosa si rompe nel suo legame con la società bianconera: senza essere avvertito, la dirigenza lo mette sul mercato e Moreno, pur deluso da un trattamento simile, rifiuta un’importante offerta del Middlesbrough per accasarsi alla Fiorentina, dove ritrova l’amico Trapattoni sulla panchina. Sempre presente e sempre affidabile, in maglia viola disputa quattro stagioni davvero significative, con la squadra più volte ad un passo da uno storico scudetto, prima dell’inglorioso fallimento della gestione Cecchi Gori. Il comasco conclude la carriera con un’esperienza a Barcellona, nelle file dell’Espanyol, ed infine all’Arezzo, prima di lanciarsi nella carriera di allenatore: gestisce i ragazzi della Fiorentina e passa poi alla Pistoiese e al Figline. La carriera da tecnico è difficile e ricca di ostacoli, e probabilmente Geppetto deve ancora trovare la sua giusta dimensione per questo ruolo, per quanto anche in panchina riesca a sfoggiare quella grinta da falegname che lo ha contraddistino nei lunghi anni in serie A. Il fatto che in queste avventure sia sempre seguito dagli amici Anselmo Robbiati e Gianmatteo Mareggini, conosciuti in maglia viola, conferma come Firenze sia la città del cuore per Torricelli, dove tuttora continua a vivere con la sua famiglia: è infatti sposato con Barbara, dalla quale ha tre figli, che viene tragicamente a mancare nell’ottobre 2010, a causa di un male incurabile. In fondo, in ogni favola c’è sempre un lato triste.