SE IO FOSSI REDKNAPP….

Mettiamoci nei panni di Redknapp in vista della gara di ritorno tra Tottenham e Milan

CrouchPenso un po’ tutti abbiate seguito la disfatta casalinga del Milan di Allegri contro il Tottenham di Redknapp nell’andata degli ottavi di finale di Champions League. Quasi al termine di una gara giocata piuttosto maluccio dai Rossoneri, infatti, Ibrahimovic sbagliò un appoggio al limite dell’area Spurs consegnando palla agli avversari, con Modric che lanciò il contropiede di Lennon il quale dopo aver percorso più di metà campo palla al piede – saltando a mo’ di Holly Hutton il povero Yepes, comunque tra i migliori dei suoi – servì a Crouch il pallone che valse l’1 a 0 finale.

Nella gara di ritorno, che si disputerà a White Art Lane il prossimo 9 marzo, gli inglesi saranno chiamati a difendere il vantaggio conseguito all’andata, e tutto potrebbe essere più facile per loro. Proverò quindi a mettermi nei panni del loro allenatore, il buon Harry Redknapp, per dire due paroline rispetto a come gestirei io la partita.  Innanzitutto è bene dire una cosa: forti del vantaggio accumulato i londinesi potrebbero tranquillamente limitarsi a difendersi per colpire in contropiede. Del resto le carte in regola per fare ciò le avrebbero tutte, a maggior ragione posta la presenza di due ali veloci e ficcanti come Lennon e Bale (che dovrebbe essere del match, a differenza dell’andata). Nel contempo, però, prima di impostare una gara prettamente di ripartenza cercherei di capire in che condizioni si presenterà il Milan a Londra.

Ed ecco qui le mie due possibili opzioni.

Ipotesi 1

Il Milan si presenta a Londra con una formazione molto simile rispetto a quella dell’andata, ovvero sia con una difesa non irresistibile sulle fasce e bucabile in velocità centralmente ed un centrocampo muscolare ma poco brillante in fase di possesso.

In questo caso l’opzione migliore, a mio avviso, sarebbe quella di impostare una squadra fatta per imporre il proprio gioco, con un centrocampo quanto più possibile folto e composto da gente con i piedi buoni. In questo senso si dovrebbe quindi replicare un po’ quanto fatto all’andata, anche se, possibilmente, con Modric, Huddlestone e Bale al posto di Sandro, Palacios e Pieenar. Così facendo il tasso tecnico di un centrocampo che aveva già comunque sopraffatto gli avversari nel corso del match di andata si alzerebbe notevolmente, con gli Spurs che potrebbero così fare del gran possesso palla per andare fin da subito alla ricerca di un goal che darebbe ulteriore tranquillità alla squadra di Redknapp.

In questo modo il Milan, che di contro dovrebbe comunque partire per provare ad imporre il proprio ritmo al match, potrebbe essere messo in scacco: esattamente come all’andata, infatti, potrebbe trovare grossi problemi a costruire gioco, lasciando il pallino dello stesso in mano agli avversari e finendo con l’essere pericoloso praticamente solo su calcio piazzato.

Ipotesi 2

Il Milan si presenta a Londra senza grosse defezioni ed imposta una squadra che fa proprio della tecnica il proprio punto forte, mostrando chiara la volontà di scendere in campo per dare un’impronta ben precisa alla partita, imponendo da subito il proprio gioco onde provare a forzare la difesa Spurs per andare a trovare da subito quel goal che riequilibrerebbe il risultato dopo la sconfitta dell’andata.

In questo caso – posto che comunque si potrebbe tranquillamente adottare la stessa soluzione proposta in precedenza sperando poi di riuscire, anche grazie al sostegno del pubblico, a prendere il sopravvento – preferirei invece schierare una squadra più chiusa, magari sfruttando i polmoni di Palacios al fianco della prestanza di Huddlestone con Modric a quel punto ad agire poco avanti a loro, in sostituzione di Van der Vaart.

E, soprattutto, punterei tutto sull’accoppiata Bale-Lennon, che in quel caso sarebbe la vera arma in più della squadra. Dopo aver blindato la difesa ed essermi coperto per quanto possibile a metà campo, infatti, cercherei di impostare la gara proprio sfruttando al massimo il sovraffollamento nella mia trequarti campo per chiudere tutti gli spazi agli avanti Rossoneri e ripartire in velocità. E non è solo un modo di dire: Lennon e Bale sono difatti, come credo tutti sappiate, due ali dalla velocità realmente eccezionale, che in una situazione del genere, e con spazio davanti visto il probabile sbilanciamento degli avversari, potrebbero risultare realmente devastanti.

A quel punto, poi, valuterei bene anche la soluzione offensiva: il vertice alto del mio 4-5-1 a questo punto potrebbe diventare Defoe, giocatore dalla velocità eccellente sicuramente molto più portato al contropiede di quanto non possa esserlo Crouch. Certo, però, che anche quest’ultimo potrebbe avere la sua utilità non indifferente: la sua altezza ne fa difatti da sempre un’arma tattica importante per qualsiasi squadra in cui si trova a giocare, e proprio in relazione alla stessa il buon Peter potrebbe essere sfruttato come boa là davanti, giocatore cui andare a recapitare gli eventuali lanci lunghi dalla difesa. Va però detto che qualora si ripetesse la medesima marcatura dell’accoppiata Nesta-Yepes su di lui lo stesso Crouch verrebbe limitato notevolmente in questo senso, esattamente come accaduto all’andata. Ecco quindi che, se disponibile, Defoe resterebbe la mia prima opzione.

Ciò che farei sicuramente a priori è far rifiatare un buon numero di giocatori nel match di Premier precedente a questo: il 5 marzo, difatti, gli Spurs faranno visita al Molineaux dove ad attenderli ci sarà l’attuale fanalino di coda del campionato, il Wolverhampton. Nessuna sfida è da sottovalutare, certo, ma personalmente sono per un uso anche massiccio del turn over, laddove possibile. Ecco quindi che  prima di una sfida importante come quella del White Art Lane contro il Milan sfrutterei la piacevole coincidenza di affrontare uno tra gli avversari sulla carta più morbidi del campionato per far riposare quei giocatori chiamati poi a fare la differenza quattro giorni dopo in Champions League. L’unica controindicazione, in questo caso, è rappresentata dal buon rendimento dei Wolves di fronte al proprio pubblico: sei vittorie, due pareggi e cinque sole sconfitte (contro lo score di 1-2-11 che hanno invece lontano dal Molineaux)…

IL PERÙ RIVIVE L’INCUBO DELLA SCIAGURA DEL 24 MAGGIO 1964

Crolla una tribuna prefabbricata allo Stadio Monumental di Lima. I peruviani rivedono lo spettro del 24 maggio 1964.

Per l’inaugurazione di un torneo di calcio studentesco, il 18 febbraio allo Stadio Monumental di Lima, di proprietà del Club Universitario de Deportes, è stata realizzata una tribuna di metallo, alta 15 metri e larga 50. La tribuna avrebbe dovuto ospitare qualche migliaio di persone, soprattutto parenti e amici dei giovani giocatori. La struttura, messa in piedi nello spazio di un mattino, non è stata però dotata delle norme di sicurezza, e per fretta, incuria e una buona dose di faciloneria, i dirigenti dell’Universitario de Deportes hanno omesso di avvisare, come avrebbe disposto la normativa locale, le autorità municipali di Lima. A causa del peso degli spettatori, la tribuna fai da te si è afflosciata improvvisamente, e ha lasciato sotto di sé 117 feriti, la maggior parte lievi, e una decina in condizioni serie. Ma se non fosse stato per l’inusitata efficienza dei soccorsi dei vigili del fuoco e delle ambulanze, il bilancio sarebbe potuto diventare molto più grave.

Come immaginabile, i media peruviani hanno dato un grande spazio a questo incidente, e le memorie più fonde sono ritornate al terribile pomeriggio del 24 maggio 1964, quando allo Stadio Nacional di Lima, meglio noto alla gente del posto come El Coloso de José Díaz, si erano affrontate le nazionali under 20 di Perù e Argentina. In palio c’era la qualificazione alle imminenti olimpiadi di Tokyo, e l’Argentina aveva la classifica dalla propria parte; mentre per il Perù era quasi un imperativo vincere, per poi giocarsi la qualificazione nell’ultima partita contro il Brasile.

A Lima si preannunciava una domenica pomeriggio all’insegna dello spettacolo sportivo, visto che nel circuito centralissimo di Campo de Marte, a meno di un chilometro dallo stadio si stava disputando Las Seis Horas Peruanas, una gara automobilistica che sarebbe terminata alle tre del pomeriggio: appena mezz’ora prima dell’inizio della partita. In quella mezz’ora i tifosi erano transumati verso il Nacional; e siccome gli organizzatori avevano incoscientemente abbondato sulla stampa dei biglietti, erano entrate quasi quindicimila persone in più rispetto alle 47mila che poteva contenere ufficialmente lo stadio.

Il primo tempo terminò a reti inviolate, e il pubblico cominciò a innervosirsi. Avrebbe voluto festeggiare la qualificazione per le strade di Lima, ma con un pareggio la strada verso le olimpiadi si sarebbe fatta più accidentata. A rendere l’impresa proibitiva, avrebbe poi provveduto al 15’ il gol dell’argentino Néstor Manfredi. Per i sessantamila presenti era stata come una doccia gelata, e le speranze olimpiche cominciavano a sciogliersi sotto il sole di quel pomeriggio di maggio.

A soli sei minuti dalla fine, però, un tiro angolato dell’attaccante peruviano Victor Lobatón era riuscito a battere il portiere argentino. La torcida del pubblico di Lima si era scatenata. Mancava poco alla fine, era vero, però si poteva ancora sperare. I giocatori in maglia bianca si abbracciarono e proprio mentre stavano per dirigersi verso la propria metà campo, l’arbitro uruguayano, Ángel Eduardo Pazos, alzò il braccio destro e sollevò una gamba mimando un passo dell’oca: gioco pericoloso. Il gol era stato annullato, lasciando sfumare le ultime speranze dei peruviani.

Il pubblico sugli spalti scatenò il finimondo, e un afro peruviano di un quintale di peso e dalle generalità incerte (a seconda delle fonti viene indicato come Víctor Melasio Campos, Melecio Vásquez, o anche Germán Cuenca Arroyo), con il grottesco soprannome di El Negro Bomba, riuscì a scavalcare le recinzioni e ad entrare nel terreno di gioco in direzione dell’arbitro. Appena scorsero la sua sagoma appesantita, i poliziotti di servizio nello stadio lo rincorsero lanciandogli addosso i cani; lo placcarono, lo stesero a terra, estrassero i manganelli, e come loro abitudine, cominciarono a picchiare selvaggiamente. Contemporaneamente, entrò in campo un secondo invasore, che brandendo una bottiglia era arrivato a pochi passi dall’arbitro: un attimo prima di venire acciuffato dalla polizia per subire lo stesso trattamento di El Negro Bomba.

Il pubblico, già invelenito contro l’arbitro, rivolse la propria attenzione all’indirizzo delle forze dell’ordine, e cominciò a inveire, fischiare e bombardare il campo di oggetti di ogni tipo. L’uruguayano Ángel Eduardo Pazos comprendendo che le cose si stavano mettono male, senza perdere altro tempo, fischiò la fine dell’incontro; ed insieme ai giocatori delle due nazionali, si involò verso gli spogliatoi dalla parte della curva meno turbolenta.

Usciti di scena i protagonisti della partita, lo scontro si concentrò tra il centinaio di poliziotti e i sessantamila spettatori inferociti. A quell’epoca la polizia peruviana non conosceva molte varianti alla logica della brutalità. Era la polizia di una nazione che viveva costantemente sotto il tallone di una serie devastante di dittature militari, e che proprio in quell’anno stava vivendo una delle proprie brevissime stagioni di democrazia. L’ufficiale più alto in grado si mise immediatamente in contatto radio con la centrale, e ricevette l’ordine di difendersi con i gas lacrimogeni.

Detto fatto. I gas vennero lanciati in forma di granate verso i settori dello stadio più esagitati, e da quel momento i tifosi furono protagonisti di qualcosa di molto simile a un girone dell’inferno dantesco. Sotto la pressione dei gas asfissianti, cercarono vie di fuga, salendo prima verso la parte più alta delle gradinate. Ma neanche lassù l’aria si era rivelata più respirabile, e la massa in fuga aveva imboccato la via dell’uscita. Davanti a quelli più rapidi era però in agguato un’amara sorpresa: le porte erano sbarrate. Le autorità ne avevano deciso la chiusura, per evitare che altre persone si aggiungessero alla calca infernale che loro stessi avevano provocato, vendendo i biglietti in soprannumero.

I primi arrivati avevano fatto così marcia indietro, ma si erano trovati di fronte la seconda ondata che scappava dalle tribune avvelenate dai gas della polizia. La massa di persone si era infranta, come un blocco unico, contro i cancelli, che sarebbero poi crollati sotto la spinta di quella forza d’urto. In una calca spaventosa morirono in 318, e quasi mille rimasero feriti, soprattutto per asfissia da schiacciamento, in una dinamica che si sarebbe ripetuta, anche se in misura dieci volte minore, nella tragedia dell’Heysel. Ma negli sessanta in America Latina, il quadro sociale era particolarmente disastroso, e le bande di delinquenti si erano avvicinate ai cadaveri per rubare orologi, portafogli, vestiti, e tutto quanto avesse potuto valere più di pochi sol.

I giornalisti in tribuna non avevano compreso immediatamente le dimensioni della catastrofe, e le prime notizie avevano accennato ad alcuni feriti; ma la radio aveva poi fornito aggiornamenti di minuto in minuto, tanto che i parenti delle persone allo stadio, avevano girato disperatamente gli ospedali di Lima alla loro ricerca.

Tanti dei giovani che erano sopravvissuti si erano abbandonati alla guerriglia: tre poliziotti, erano stati catturati e linciati, centinaia di vetture parcheggiate erano state distrutte e la fabbrica della Goodyear era stata saccheggiata, durante una serie di disordini che erano durati tutta la notte. Il mattino dopo il governo, schiacciato dalla pressione dei militari, veri padri padroni del Perù di quell’epoca, sarebbe stato costretto a decretare lo stato d’emergenza e la sospensione delle libertà costituzionali per trenta giorni.

MORFEO, DI NOME E DI FATTO

Quando si dice “nomen omen”. Perché Domenico Morfeo, brillante trequartista che ha girato i campi di mezza Italia, non ha mai nascosto quanto gli piacesse il sonno, la pennichella pomeridiana per ricaricare le pile, magari dopo un allenamento stressante: e Morfeo, com’è noto, era infatti la divinità greca dei sogni, figlio di Ipno e di Notte. Il Domenico Morfeo nato a Pescina, sull’Appennino aquilano, il 16 gennaio 1976 ha però un’altra peculiarità in comune con la figura mitologica, perché certi suoi tocchi, certe sue giocate di classe genuina hanno fatto sognare ad occhi aperti migliaia di appassionati, assolvendo in pieno il compito del suo ingombrante cognome. Un talento irregolare, a sprazzi, incostante, ma capace, nelle non frequenti giornate di grazia, di stravolgere qualunque equilibrio.

La saga del Morfeo calciatore, come detto, inizia nel cuore dell’Abruzzo 35 anni fa: sin da piccolo, il pallone è il suo compagno di vita, l’amico inseparabile dell’infanzia. Si ritrova con gli amici nella piazza di San Benedetto dei Marsi, dove vive con la famiglia, a prendere a pallonate un cerchio rosso disegnato sulla saracinesca della trattoria dello zio: e la facilità con cui centra il bersaglio fa capire a tutti le sue grandi doti. Gioca nella squadra del paese, allenato da mister Bixio Liberale, una sorta di guru del calcio abruzzese: a dieci anni si deve fermare per parecchi mesi a causa del morbo di Osgood, una fastidiosa disfunzione legata alla crescita delle gambe, il primo di una lunga serie di malanni che ne rallenteranno la carriera. Mimmo ritorna più forte di prima e, accompagnato dal suo allenatore, inizia a disputare alcuni provini, prima per il Bologna e poi per l’Atalanta. Quando sembra fatta per il suo trasferimento nella città emiliana, il dirigente bergamasco Alfredo Mosconi incontra la famiglia del ragazzo e regala un braccialetto nerazzurro alla nonna Angela, che così convince il nipote a prendere in considerazione l’approdo ai nerazzurri: il flipper, il tavolo da ping-pong e il biliardino presenti nel convitto dei giovani atalantini sono così simili a quelli del bar di San Benedetto che Morfeo decide di iniziare l’avventura con gli orobici. A soli dodici anni è già nel settore giovanile della squadra italiana che, per antonomasia, punta sul proprio vivaio, e sin dalle prime partite mette in mostra una classe decisamente superiore alla media. La nostalgia per l’Abruzzo lontano e per la famiglia rimasta nella terra d’origine rappresenta però una dura battaglia da vincere, e ci vorrà del tempo prima che il ragazzo si ambienti bene a Bergamo. Scala le categorie giovanili, in compagnia del fratello Mario (destinato ad un’onesta carriera tra B e C), a suon di gol, assist e successi, vestendo anche la maglia azzurra delle selezioni nazionali e facendo parlare di sé come una delle “grandi promesse” del calcio nostrano, definizione che lo accompagnerà anche nei lunghi anni del professionismo, sino a diventare una sorta di scomoda etichetta difficile da togliersi di dosso. Nella Primavera atalantina, guidata da Cesare Prandelli, si conferma un giocatore tutto genio e fantasia, un puro “numero 10” destinato magari ad eguagliare i successi del suo grande idolo, quel Roby Baggio di cui Morfeo conserva gelosamente una figurina nel portafoglio: con la giovanile bergamasca vince il Torneo di Viareggio 1993, la più importante competizione per le squadre di categoria. Sempre in quel 1993 arriva precocissimo il debutto tra i “grandi”, ed è proprio Prandelli, che ha sostituito Guidolin sulla panchina della prima squadra, a lanciarlo nella mischia il 19 dicembre, poco meno che diciottenne, nella sfida contro il Genoa. In quella prima avventura tra i professionisti Morfeo segna tre reti in nove partite, inutili ai fini della salvezza dei bergamaschi ma sufficienti a farlo diventare un idolo della curva atalantina. Retrocessa in serie B, l’Atalanta viene affidata ad Emiliano Mondonico, l’allenatore che segna più di ogni altro la crescita del talento abruzzese. Ex calciatore bruciato in fretta per la poca voglia di allenarsi, il Mondo sa che anche Morfeo corre lo stesso rischio: l’esordio in serie A, forse prematuro, lo ha fatto sentire sulla luna, come se fosse già arrivato e realizzato, e infatti Morfeo reagisce male alle prime mancate convocazioni o alle panchine in cui viene relegato dal mister cremasco. Ma Mondonico sa quanto la disciplina e la professionalità contino per sfondare nel calcio moderno: finché il fantasista non si mette in riga, resta in panchina, anche a costo di inimicarsi tifosi e giornalisti. Allora Morfeo inizia a correre, a svolgere il duro lavoro di squadra oltre ai colpi di genio individuali, a sacrificarsi per i compagni: diventa un giocatore a tutto campo, un numero 10 moderno e completo e riconquista il posto da titolare, guidando l’Atalanta alla promozione e a due brillantissime stagioni nella massima serie, condite da sedici reti, moltissimi assist e giocate memorabili. Nel frattempo, con l’Under 21 di Cesare Maldini, vince l’Europeo 1996, realizzando il rigore decisivo che affossa i sogni della Spagna finalista. Riceve anche una convocazione dalla nazionale maggiore guidata da Arrigo Sacchi, ma non scende in campo: purtroppo, sarà la sua prima e ultima chiamata per i colori azzurri.

Cosa succede poi? Succede che Morfeo…diventa Morfeo. Un talento cristallino ma incostante, spesso fermato anche da dolorosi infortuni che ne limitano le potenzialità, e forse poco aiutato anche da certi allenatori che non hanno la paterna fermezza di mister Mondonico, alcuni dei quali insistono a schierarlo in ruoli a lui poco congeniali, come da seconda punta o da esterno d’attacco, che non possono far risaltare le sue doti da trequartista puro. Alla Fiorentina, dove si trasferisce per la somma di 15 miliardi di lire, viene schierato da Alberto Malesani nel tridente con Batistuta e Oliveira, a far sognare i tifosi viola, ma l’arrivo del brasiliano Edmundo, pupillo del presidente Cecchi Gori, fa relegare in panchina il giovane Domenico. Nel 1998-1999 approda al Milan, quel Milan di Bierhoff, Weah, del debuttante Abbiati e dei “vecchi” Maldini e Costacurta che vince il campionato con una rimonta storica sulla Lazio: l’unico segno del passaggio di Morfeo in maglia rossonera è un tiro-cross deviato nella propria porta dal difensore bolognese Mangone, che regala tre punti d’oro alla squadra di Zaccheroni. Dopo sei mesi tristi a Cagliari, nel gennaio 2000 viene prelevato dal Verona dove ritrova come allenatore Cesare Prandelli, lo stesso delle giovanili atalantine: e qui Mimmo, sereno come un tempo, riprende ad incantare i tifosi con cinque reti in dieci partite che contribuiscono in modo decisivo alla salvezza degli scaligeri. Anche il ritorno a Bergamo, nell’autunno dello stesso anno, sembra restituire il Morfeo degli esordi al grande calcio. Udinese-Atalanta, match del 29 gennaio 2001, è il manifesto del suo calcio: al secondo minuto di gioco, crea un’autostrada nell’area friulana per l’accorrente Nicola Ventola che realizza l’uno a zero; due minuti più tardi, un suo sinistro divino si insacca alle spalle dell’incolpevole Turci; al ventesimo, senza guardare la palla, come solo i grandi sanno fare,  lancia in profondità ancora Ventola che realizza la terza rete; e al 41esimo un suo tocco di velluto su assist di Cristiano Doni fissa il punteggio sul 4-2 per i bergamaschi. La brillante annata in maglia nerazzurra è solo una fortunata parentesi prima di due stagioni, a Firenze e all’Inter, che lo fanno ripiombare nella media, di certo non aiutato da qualche infortunio di troppo.

Gli ultimi sprazzi della sua classe genuina si hanno nelle prime due stagioni a Parma, tra il 2003 e il 2005: allenato nuovamente da Prandelli, incanta gli spettatori del Tardini con 12 gol in 54 gare, alcuni dei quali su punizioni eseguite magistralmente dal limite dell’area, quasi senza rincorsa, con quel sinistro velenosissimo a girare che lascia senza scampo il portiere avversario. Poi, lento ed inesorabile, incomincia il declino, a neanche trent’anni: nelle ultime due stagioni in Emilia, le sue apparizioni in campo sono sempre più sporadiche, e i suoi numeri un lontano ricordo. Nell’estate 2008 tenta, con ben poco successo, l’avventura con il Brescia, memore dei fasti che il suo idolo Baggio aveva vissuto al Rigamonti: ora di settembre però il contratto è già rescisso, e a nulla serve un ritorno dal maestro Mondonico alla Cremonese, in serie C1, con la quale disputa solamente tre gare. Nel 2009, a 33 anni, Domenico Morfeo è ufficialmente un ex calciatore, riprendendo a giocare e a divertirsi nella squadra dilettantistica del suo paese.

Genio e incostanza, tutti gli appassionati ricorderanno sempre quei tocchi morbidi, quei colpi di fioretto, quelle punizioni imparabili e quei sinistri velenosi che hanno illuminato la serie A per diverse stagioni. Lo ricorderanno con un po’ di rammarico, perché quel ragazzo che a 18 anni incantava Bergamo, con un po’ più di fortuna e forse di impegno avrebbe potuto avere ben altra carriera.

FRANCESCA E IL CRICKET IN ROSA

Strano a dirsi, ma in Italia esiste anche il cricket femminile: a svelarlo è Francesca Jayarajah.

Nessuno meglio di Francesca Jayarajah potrebbe parlare del cricket femminile in Italia. Francesca è il capitano del Capannelle Cricket Club, la storica società di Roma fondata dal padre Alfonso e dove gioca il fratello Leandro, che dal 2009 ha vinto entrambe le edizioni del campionato italiano femminile.

Come e quando hai cominciato a giocare a cricket?

«Ho passato la maggior parte delle domeniche della mia infanzia a bordo dei campi da cricket, giocando all’aria aperta mentre mio padre disputava le partite e mia madre si occupava della gestione del nostro club. Assieme agli altri bambini che frequentavano il campo e, naturalmente, con mio fratello ci divertivamo ad improvvisare delle piccole partite di cricket cercando di emulare i “grandi”. Tuttavia, solo dal 2009, ho praticato seriamente questa disciplina, allenandomi con costanza assieme alle mie compagne, in vista del campionato nazionale.»

Storicamente in Inghilterra il cricket è stato visto come un gioco prettamente maschile: in base alla tua esperienza come giudichi, invece, la situazione del cricket femminile qui in Italia?

«Più che di discriminazioni o di limitazioni, in Italia soffriamo di una scarsa diffusione di questo sport, pertanto le difficoltà maggiori che incontriamo sono proprio la mancanza di giocatrici e di occasioni di gioco. L’evoluzione del settore femminile nel nostro paese è stata a singhiozzo: sebbene ci siano stati club che hanno tentato fin dai primi anni novanta di avvicinare le donne al cricket, solo nel 2001 è stato organizzato il primo campionato femminile italiano. Si è trattato però di un esperimento momentaneo al quale hanno partecipato solo due squadre siciliane. Otto anni più tardi, forti anche della maggiore attenzione per il settore femminile a livello europeo e mondiale, è stata di nuovo tentata l’esperienza, con maggiore successo. Quest’anno sarà infatti disputato per il terzo anno consecutivo il campionato nazionale femminile sia a livello Under 13 che seniores.»

Oltre al campionato, che si gioca nell’arco di un weekend, quali sono le altre opportunità per le ragazze di giocare a cricket in Italia?

«Le ragazze fino ai 15 anni hanno la possibilità di giocare durante tutta la stagione disputando il campionato Under 15 open, aperto cioè ad entrambi i sessi, che si disputa su più giornate. L’attività delle ragazze sopra i 15 anni e delle adulte è invece principalmente incentrata su sessioni di allenamento di livello tecnico sempre maggiore o partite di allenamento con alcuni dei giocatori della squadra maschile. Purtroppo, infatti, l’enorme distanza che separa le attuali squadre femminili, nonché gli impegni lavorativi, rendono molto ardua l’organizzazione di partite amichevoli.»

Sei la capitana del Capannelle, la squadra che da due anni vince il campionato: il rapporto con le tue compagne?

«Quando abbiamo iniziato questa avventura insieme, la maggior parte di loro aveva una conoscenza molto basilare del cricket: avevano visto i loro mariti o fidanzati giocare oppure avevano avuto qualche timida esperienza di gioco a livello scolastico. L’approccio con le varie tecniche di gioco, il materiale nonché le dinamiche di squadre è stato senza dubbio un’esperienza completamente nuova e assai stimolante. Ciò che mi ha piacevolmente stupito di più è stata la loro voglia di mettersi in gioco, imparare e migliorarsi. Ci siamo allenante con una costanza e una serietà da far invidia ai nostri colleghi maschi e devo dire che il gruppo è davvero cresciuto a vista d’occhio. Il rapporto con loro è ottimo: cerchiamo di stimolarci a vicenda per migliorare e durante gli allenamenti non mancano le chiacchiere, le risate e le battute.»

Cosa consigli a una ragazza che si volesse avvicinare a questo sport?

«Deve semplicemente superare la timidezza iniziale, poiché non appena si partecipa al gioco, se ne è immediatamente coinvolti. Il cricket è infatti una continua sfida contro l’avversario ma anche contro se stessi, una sfida volta a raggiungere prestazioni sempre più elevate. Per giocare, inoltre, non basta forza e velocità bensì sono fondamentali anche concentrazione, precisione, riflessi pronti e capacità di strategia, tutte qualità nelle quali le donne possono eccellere.»

NUMERO 3 – FEBBRAIO 2011


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L’Editoriale

Anno nuovo…

… vita nuova. Non per Pianeta Sport, però. Anche per il primo numero del 2011, infatti, continuiamo a dividerci tra attualità, dossier speciali e qualche tuffo nel passato. Un nu-mero dove il calcio gioca un ruolo da protagonista, indubbiamente. Eppure la copertina è tutta per il cricket, nel segno della nostra politica volta a valorizzare e parlare degli sport più bistrattati: le prime pagine della rivista sono dedicate alla salvezza ottenuta dagli azzurri nella World Cricket League. Ad un rapido sguardo sembrerebbe una notizia priva di appeal. E invece il mantenimento della categoria è da considerarsi un grandis-simo traguardo per tutto il movimento italiano del cricket e per una nazionale fatta di immigrati e figli di emigranti.

Febbraio è il mese in cui si svolgeranno due importanti appuntamenti. Entrambi per giovani promesse dello sport, entrambi a Viareggio. Il primo in ordine di tempo sarà la Coppa Carnevale di nuoto, giunta alla sua 34a edizione: i principali campioni italiani de-gli ultimi venti anni sono passati da qua, ma avrete modo di scoprire come anche la le-gione straniera sia ricca di nomi di grido. Ben più vecchio e seguito è invece il Torneo di Viareggio, da tre anni a questa parte ribattezzato Viareggio Cup: nonostante la crisi economica saranno ancora presenti quarantotto squadre. Su entrambe le manifesta-zioni è stata, comunque, fatta una scelta precisa: il fatto che si disputino proprio a feb-braio è stato in realtà un pretesto per raccontare la loro genesi, il loro sviluppo. E, so-prattutto, la loro straordinaria capacità di raccontare storie personali e di lanciare se-gnali di distensione, specie negli anni della Guerra Fredda.

Già, la Guerra Fredda: vi siete mai chiesti che fine abbia fatto lo sport dell’Unione So-vietica? In questo numero dedichiamo un’ampia panoramica ai campionati di calcio di numerosi stati che facevano parte della galassia socialista: dalla Prem’er Liga russa alle meno note leghe di Armenia, Bielorussia e Kazakistan, passando per le curiosità dei campionati dell’Asia Minore, in cui il calcio si mescola a una situazione politica fatta di instabilità, rivolte popolari e del capitalismo rudimentale dei nuovi oligarchi dell’Est. Si parlerà estensivamente anche dell’esperienza olimpica dell’Unione Sovietica, della squadra unificata che disputò i Giochi di Barcelona nel 1992 e del destino a cinque cer-chi delle repubbliche un tempo riunite sotto la falce ed il martello.

E sempre rimanendo nell’orbita del blocco orientale, abbiamo dedicato allo Zenit San Pietroburgo una retrospettiva storica. Una ricostruzione del calcio nella vecchia Lenin-grado quando le repubbliche socialiste erano ancora unite sotto una sola bandiera, quando l’esplosione di Aršavin e Pavljučenko ed i trionfi europei erano un’ipotesi più fu-turistica che futuribile. Quel che resta intatto, naturalmente, è il rapporto tra calcio e società, tra calcio e potere: un binomio decisamente di attualità da quando il pallone i-nizia ad attirare un numero crescente di tycoon. L’auspicio, allora, è che da oggi guar-diate con occhio diverso questi campionati. Non fermandovi solamente alle abbondanti nevicate e alle temperature polari che accompagnano ogni incontro a quelle latitudini.