LA CORSA ALLE OLIMPIADI INVERNALI 2018

Francia, Corea del Sud e Germania si candidano per ospitare la rassegna a cinque cerchi degli sport invernali: chi la spunterà?

Dove si svolgeranno le Olimpiadi invernali del 2018? I paradossi di un mondo sempre più interdipendente faranno sì che lo scopriremo in Sudafrica, un paese con una tradizione per gli sport invernali pressoché nulla. La città di Durban (possibile candidata per la corsa ai Giochi estivi del 2020) ospiterà, dal 4 al 9 luglio, la 123° Sessione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) che culminerà, il 6 luglio, con la selezione della città candidata a ospitare i XXIII° Giochi Olimpici Invernali. Le tre candidature in lizza sono: Annecy, città delle Alpi francesi in Alta Savoia, P’yŏngch’ang, in Corea del Sud, e Monaco di Baviera, in Germania.

 

Disputatisi per la prima volta nel 1924 a Chamonix, in Francia, sotto la denominazione di Semaine Internationale des Sports d’Hiver, i Giochi Olimpici invernali hanno cominciato ad assumere un carattere globale a partire dagli anni Novanta, da quando cioè si sono smarcati da un punto di vista temporale dai Giochi Olimpici estivi. Basti pensare che alle Olimpiadi di Vancouver 2010 hanno partecipato 2629 atleti, rappresentativi di ben 82 nazioni. Rispetto alle Olimpiadi estive che, salvo qualche grande eccezione, tendono a riflettere i rapporti di forza internazionali, quelle invernali seguono inevitabilmente dinamiche legate maggiormente alla geografia e alla presenza della neve. Se è vero che al pari di quelle estive le Olimpiadi invernali sono state uno dei campi di battaglia della Guerra Fredda, durante il loro svolgimento il predominio delle due superpotenze è stato in parte bilanciato dalle prestazioni degli atleti scandinavi ed alpini. In tempi più recenti l’egemonia europea ed occidentale nei Giochi invernali è stata calmierata dall’emergere dei Paesi del Sud-est asiatico. Prima il Giappone, poi la Corea del Sud e più recentemente anche dalla Cina, hanno cominciato a presentare squadre competitive in grado di fare incetta di medaglie specialmente nel pattinaggio (velocità, short track e di figura).

 

La sfida di Durban sarà proprio fra la “Vecchia Europa” (Francia e Germania), ancora molto potente ed influente in seno al CIO, e l’emergente Asia, rappresentata dalla Corea. P’yŏngch’ang, che prova a candidarsi per la terza volta consecutiva, teme molto un possibile “inciucio occidentale”. Già nel 2010 e nel 2014, dopo essere risultata in testa al primo turno di voto, la candidatura coreana era stata sconfitta da quelle di Vancouver e Soči, proprio grazie ai voti dell’eliminata Salisburgo.

 

Secondo l’attendibile sito GamesBids.com la candidatura di P’yŏngch’ang (data a 66.29) è leggermente favorita su quella di Monaco (64.99), mentre meno credibile appare la candidatura di Annecy (53.85), la cui corsa verso Durban è stata alquanto tribolata. Pur avendo sconfitto la concorrenza interna di Grenoble, Nizza e Pelvoux, ed essendosi assicurata il sostegno governativo, la candidatura di Annecy non sembra godere di un forte sostegno dei cittadini (tanto che è stato costituito un comitato anti-Olimpiade) ed il progetto iniziale è stato interamente rivisto poiché il CIO lo aveva considerato troppo dispersivo.

La candidatura di Monaco invece ha preso forma dopo il fallimento di Salisburgo. La sconfitta della candidatura austriaca a vantaggio di Soči per i Giochi del 2014, ha infatti reso credibili le possibilità di vittoria per una candidatura europea nel 2018. Se vincesse, la città bavarese sarebbe la prima ad aver ospitato sia i Giochi estivi che quelli invernali. Molte infrastrutture sono già esistenti anche perché le gare di sci si terranno a Garmisch-Partenkirchen (sede olimpica nel 1936) che quest’inverno ha ospitato i Mondiali di sci alpino, tuttavia, così come in Francia, al sostegno governativo non pare combaciare quello dei cittadini. Il consenso alla candidatura olimpica è in calo, influenzato dall’attivismo di gruppi ambientalisti della società civile. Considerando però la tradizione tedesca negli sport invernali e le grandi capacità organizzative dimostrate anche recentemente, è impossibile non ritenere Monaco come una delle candidate favorite.

Dopo due sconfitte sul filo di lana P’yŏngch’ang vuole cercare di evitare la terza beffa. Il Comitato Organizzatore ha ulteriormente migliorato il proprio dossier e nel frattempo sono già state costruite numerose infrastrutture. Al contrario delle candidature europee quella coreana può contare sul sostegno quasi incondizionato dei suoi cittadini e sul fatto di rappresentare un mercato ancora in buona parte inesplorato da parte degli sponsor del settore. Il motto della candidatura “Nuovi orizzonti” sembra proprio ammiccare alle forze economiche degli sport invernali, che in Europa fanno i conti con un mercato ormai saturo. Probabilmente quindi il voto finirà per essere un testa a testa fra le ambizioni tedesche e quelle coreane.

 

Infine la Sessione di Durban rappresenta una tappa fondamentale anche per la diplomazia sportiva italiana, che sta lavorando per portare a Roma le Olimpiadi del 2020. Così come già avvenuto con il sostegno a Soči 2014, i dirigenti italiani cercheranno probabilmente di appoggiare la candidatura vincente per chiedere a tempo debito il sostegno per Roma 2020.

Siccome in caso di sconfitta i comitati olimpici tedesco, francese e coreano avrebbero ancora il tempo per presentare una candidatura per le Olimpiadi estive del 2020, stringere in questa circostanza le giuste alleanze potrebbe rivelarsi determinante nel lungo periodo.

IL PENTATHLON CERCA DI STARE AL PASSO CON I TEMPI

A rischio di esclusione dal programma olimpico, il Pentathlon Moderno continua a trasfromarsi da esercizio per militari a sport spettacolo

LaserPrende il via domani a Palm Springs con una grande innovazione la Coppa del Mondo 2011 di Pentathlon Moderno; dopo aver provato il sistema nella scorsa stagione nelle gare giovanili, viene introdotto a tutti i livelli l’utilizzo, nella prova di Tiro, delle Pistole Laser che vanno a sostituire le armi ad aria compressa usate fino ad ora. Mentre i puristi del tiro storcono il naso, le ragioni dell’introduzione sono numerose. Oltre al minor impatto ambientale, sbandierato dalla Federazione Internazionale, il ricorso ad armi non pericolose può permettere lo sviluppo della disciplina in impianti diversi (arrivando persino a pensare di gare nei centri storici delle città) e consente l’introduzione della stessa a livello scolastico dal quale, come tutti gli sport di tiro, è sempre stato escluso.

Il Pentathlon negli ultimi dieci anni sta combattendo la sua battaglia contro l’esclusione dai Giochi Olimpici e la sta combattendo cercando di stare al passo con i tempi, impresa difficile per una disciplina introdotta nel 1912 nel programma a cinque cerchi come esercizio tipicamente militare. E non è un caso se fino al 1948 tutti i vincitori del titolo olimpico furono proprio militari di carriera e se nella storia olimpica della disciplina appaiono nomi più legati alla storia militare che a quella sportiva come il Generale Patton, quinto a Stoccolma nell’edizione dell’esordio, o il tedesco Gotthardt Handrick, oro a Berlino e comandante in Spagna della Luftwaffe.

Nel 1912, e per molte edizioni successive senza grandi variazioni, la prova olimpica di Pentathlon Moderno si disputava su un arco di cinque giornate, ognuna destinata ad una disciplina: a Stoccolma si partì con la giornata dedicata al tiro con la pistola per continuare con il torneo di spada, i 300 metri a nuoto, una prova di cross country a cavalli e concludere la tenzone con i 4.000 metri di corsa. La classifica era costruita con la somma dei piazzamenti di ogni atleta nelle cinque prove. Fatto salvo qualche cambiamento nell’ordine delle prime quattro prove, questo formato di gara dura fino alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 che vedono il primo civile conquistare la medaglia d’Oro olimpica nella storia del Pentathlon: si tratta del carpentiere svedese Lars Hall.

Lo svedese si conferma sul trono olimpico anche quattro anni dopo a Melbourne quando cambia la formula di determinazione della classifica non più basata sui piazzamenti nelle singole prove ma su tabelle di punteggio che per ogni prova assegnano 1000 punti per l’eccellenza e via via a scendere non trascurando la possibilità di raccogliere punteggi superiori per prestazioni che superino l’eccellenza.

E’ con i Giochi Olimpici di Los Angeles 1984 che si assiste al primo cambiamento significativo della formula di gara: non solo le giornate di gara si riducono a 4 (tiro e corsa si disputano nell’ultima giornata) ma per garantire la spettacolarità dell’atto conclusivo la prova di corsa inizia a disputarsi con la partenza ad handicap con distacchi commisurati al punteggio in classifica. La conclusione diventa immediatamente comprensibile allo spettatore: chi taglia il traguardo ha vinto senza dover ricorrere a calcoli astrusi. E chi viaggia intorno al mezzo secolo non può dimenticare l’atto finale di quelle Olimpiadi: alla partenza della prova di corsa l’azzurro Daniele Masala parte con il pettorale 1 e nove secondi di vantaggio sullo svedese Svante Rasmuson. Intorno al terzo chilometro lo svedese raggiunge Masala e si prodiga in allunghi con l’obiettivo di staccare l’italiano; i due si presentano appaiati sul tratto finale pianeggiante. All’altezza dell’ultima curva Masala cambia ritmo e lo svedese crolla. L’Italia vince per la prima volta la medaglia d’Oro nel Pentathlon Moderno; arrivano anche il Bronzo di Carlo Massullo e l’Oro a squadre [video].

Nel 1988, la prova di Equitazione passa dal percorso di caccia ad una prova di Salto ad Ostacoli ma una nuova pietra miliare è posta nel 1996 ad Atlanta: da questa edizione le cinque prove si svolgono tutte nella stessa giornata e da quella successiva si inizia a disputare anche la prova femminile mentre la prova di Nuoto si accorcia a 200 metri e quella di Corsa a 3.000 metri.

Dopo le Olimpiadi di Pechino di due anni fa, il Pentathlon Moderno (a forte rischio di esclusione dal programma olimpico) cambia ancora la formula, ampiamente sperimentata nella Coppa del Mondo del 2010: la prova di Tiro e quella di Corsa vengono riunite nel Combined Event che chiude la competizione. Sempre partendo ad handicap sulla base della classifica delle prime tre prove, gli atleti devono compiere tre giri di corsa da 1.000 e ad ogni giro sparare a cinque bersagli (soluzione molto simile a quella del Biathlon invernale) caricando l’arma dopo ogni sparo. Non vi sono penalità per gli errori ma l’atleta non può ripartire fino al momento nel quale abbia colpito tutti i cinque obiettivi. Il Combined Event sarà utilizzato alle Olimpiadi di Londra tra due anni mentre le pistole laser sono ancora in fase sperimentale e non è previsto il loro utilizzo, per il momento, in sede olimpica.

George S. Patton

SPURS-HAMMERS: E’ DERBY PER LO STADIO OLIMPICO

Il futuro dello Stadio Olimpico di Londra è in bilico: West Ham e Tottenham sono in corsa.

Olympic StadiumLo stadio olimpico è, da sempre, il luogo simbolico ed iconico di ogni edizione delle Olimpiadi estive: si pensi al Bird’s Nest di Pechino che per milioni di persone è diventato l’immagine dei Giochi del 2008 superando un gioiello architetturale e tecnologico come il Water Cube. Tutte le città che preparano la loro candidatura per ospitare l’evento a Cinque Cerchi dedicano una particolare attenzione al progetto e alla presentazione dell’impianto destinato ad ospitare la Cerimonia di Apertura, il braciere olimpico e, spesso, le prove di Atletica. Da parte sua, il Comitato Olimpico Internazionale esercita notevoli pressioni perchè proprio questo impianto sia destinato a rimanere negli anni a perenne memoria dell’evento olimpico senza correre il rischio di trasformarsi in un cimitero degli elefanti ma come centro vitale dell’Olympic Legacy, l’eredità che i Giochi dovrebbero lasciare (oltre ai debiti) nelle città che li ospitano.

Per i progettisti di Londra 2012 l’impresa era ardua; nella capitale inglese non mancano i templi dello sport, dallo stadio di Wembley ricostruito completamente nel 2007 a Twickenham che è uscito lo scorso anno da un lifting completo, e difficilmente il nuovo Stadio Olimpico avrebbe in qualche modo potuto fare concorrenza a questi leggendari impianti. La via scelta è stata quella di passare alla storia con il primo esempio di sviluppo sostenibile di un complesso olimpico: si tratterà di un impianto modulare costituito da un primo anello permanente e interrato da circa 22.000 spettatori sormontato da una struttura temporanea in ferro e cemento da 55.000 spettatori costruita in modo da consentirne il riutilizzo in altri impianti al punto che, quando ancora erano in discussione le candidature per le Olimpiadi del 2016, si pensò addirittura di poter trasportare l’anello superiore per il suo montaggio nello Stadio Olimpico di Chicago. Pure con queste premesse, e un probabile futuro di casa dell’Atletica britannica, difficilmente l’uso del nuovo impianto sarebbe stato in grado di consentire la copertura dei costi. E’ per tale ragione che nel corso del 2010, la OPLC, l’organizzazione creata con la missione di massimizzare il ritorno post-Olimpiadi dei nuovi impianti, ha aperto una gara per raccogliere manifestazioni di interesse all’acquisto dello Stadio Olimpico.

David Gold e David Sullivan, nuovi proprietari del West Ham United, sono stati i primi ad esprimere un reale interesse. Da cento anni gli Hammers giocano al Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park, che negli anni Novanta ha subito un completo restauro che lo ha portato all’attuale capienza di 35.000 spettatori. Dopo le iniziali perplessità relative alla presenza della pista di atletica ad allontanare gli spettatori dal campo di gioco (una circostanza inusuale in Inghilterra), la dirigenza degli Hammers ha presentato un progetto che prevede la trasformazione in uno stadio da 60.000 posti  con i soli interventi, comunque necessari, per rendere operativo un impianto costruito per le Olimpiadi (aree sponsor da ricondizionare, assenza delle biglietterie,…). La proposta, che sposterebbe il campo del West Ham di  soli 3-4 chilometri verso occidente, è supportata dalla municipalità di Newham che finanzierebbe la società portando i fondi che, uniti ai proventi della vendita di Upton Park, dovrebbero essere sufficienti a coprire l’esborso previsto di 90-100 milioni di Euro. E’ proprio l’aspetto finanziario l’anello debole del dossier degli Hammers: non più tardi di un anno e mezzo la società di Newham era sull’orlo del fallimento e il rischio di una retrocessione in seconda divisione (la Championship) è reale in questa stagione nella quale, dopo 24 partite, il West Ham occupa l’ultimo posto in classifica.

Qualche settimana dopo la presentazione del progetto degli Hammers, è arrivata la notizia bomba della manifestazione di interesse da parte del Tottenham Hotspur: gli Spurs pensano in grande e aver ritrovato la Champions League dopo 49 anni ha portato l’entusiasmo alle stelle. Il centenario White Hart Lane che, dopo la ristrutturazione di fine anni novanta, può ospitare circa 36.000 spettatori sta stretto alle ambizioni dei dirigenti degli Spurs che da alcuni anni stanno pensando ad un nuovo stadio che possa rispondere alle richieste di una lista d’attesa di circa 25.000 nuovi spettatori. Il progetto, non ancora operativo, ha ormai assunto dimensioni faraoniche: stadio, sviluppi commerciali e residenziali, un costo stimato lievitato fino a 500 milioni di Euro. L’alternativa “olimpica” è, quindi, presa in considerazione per ridurre l’impatto finanziario sulla società e arriva come una bomba per almeno due ragioni; in una città come L0ndra dove ogni quartiere ha la sua squadra di calcio dalle tradizioni spesso centenarie, uno spostamento dello stadio di quindici chilometri è destinato a destabilizzare la geografia del tifo e della tradizione. Ma l’aspetto più sconvolgente della proposta della dirigenza del Tottenham è l’intenzione di radere al suolo lo Stadio Olimpico e ricostruire un nuovo stadio, destinato solo al calcio, da 60.000 posti. Come contentino ai difensori dell’idea di un impianto per l’Atletica, il dossier prevede un investimento per la ristrutturazione dell’impianto di Crystal Palace, tradizionale sede delle competizioni londinesi.

La proposta degli Spurs scalda gli animi: ha dalla sua il non indifferente aspetto della solidità economica favorita anche dall’ingresso nella gestione di un colosso dell’intrattenimento come AEG che è stato in grado di risollevare dal flop il Millenium Dome ma è contraria ad ogni concetto di Olympic Legacy. Potenti lobby si scatenano a supporto dell’una e dell’altra proposta. La famiglia “olimpica” supporta gli Hammers e riesce sotto la spinta degli ex-atleti Sebastian Coe, presidente del Comitato Organizzatore di Londra 2012, e Tessa Sanderson a fare scendere in campo il ministro delle Olimpiadi, Tessa Jowell, e il presidente del CIO, Jacques Rogge mentre il presidente della IAAF, Lamine Diack, accusa preventivamente l’intera organizzazione di falsità nel caso non si arrivasse ad una soluzione che mantenga la pista. I calciofili si allineano con la proposta degli Spurs: si espongono Pelè e Jimmy Greaves, il supporto politico arriva, invece, dal sindaco di Londra, Boris Johnson. La decisione, attesa per il 28 gennaio, è stata ora posticipata al mese di marzo per la sua complessità mentre anche i supporter del Tottenham scendono in campo contro lo sradicamento degli Spurs dal loro tradizionale quartiere verso un territorio “nemico”.

Il traserimento renderebbe il Tottenham protagonista di uno “sgarbo” simile a quello che gli Spurs subirono quasi un secolo fa: nel 1913, il presidente del Woolwich Arsenal, con sede lungo le rive del Tamigi nella zona sud-orientale, decise di rilanciare il club portandolo in un’area con un maggiore bacino d’utenza. Propose dapprima una fusione o, in second’ordine, la condivisione del terreno di gioco con il Fulham e quando le sue proposte furono bocciate si mosse nel quartiere di Islington, nella zona settentrionale, invadendo l’area di influenza del Tottenham, scatenando le proteste degli Spurs e dando il la ad una delle più accese rivalità londinesi.

Ancora molte parole saranno spese prima della decisione finale che potrebbe, in ogni caso, ritornare ai piani originali di un impianto da 25.000 posti completamente dedicato all’Atletica.

Stadi di Londra

DALLA STRISCIA DI GAZA ALLE OLIMPIADI

Dopo la notizia degli accordi, raggiunti con la mediazione del Comitato Olimpico Internazionale, tra le autorità sportive israeliane e palestinesi rileggiamo la storia della Palestina alle Olimpiadi.

La squadra palestinese a Pechino 2008E’ dei giorni scorsi la notizia degli accordi, raggiunti con la mediazione del Comitato Olimpico Internazionale, tra le autorità sportive israeliane e palestinesi al fine di favorire la cooperazione dal punto di vista sportivo con lo scopo di aiutare gli atleti palestinesi a prepararsi per Londra 2012.  Di fatto l’accordo non andrà molto oltre il consentire a questi ultimi un accesso agli impianti di allenamento, favorendo la libera circolazione degli atleti e dei loro tecnici, funzionari e materiali innanzitutto tra Cisgiordania e Striscia di Gaza ma anche nei loro viaggi all’estero per evitare situazioni come quella che nel mese di ottobre del 2007 impedì alla nazionale di calcio di raggiungere Singapore per disputare un incontro valido per le qualificazioni alla Coppa del Mondo.

Per fare un po’ di storia del rapporto tra la moderna Palestina e il movimento olimpico è necessario ritornare al 1986 quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, con sede a Tunisi e sotto la guida di Yasser Arafat, riuscì per ragioni simboliche e p0litiche a far riconoscere un Comitato Olimpico palestinese all’Olympic Council of Asia che si espresse, sotto la spinta dei paesi arabi, con voto unanime. La decisione provocò lo sdegno delle autorità israeliane per l’ammissione che si contrapponeva all’esclusione del loro Comitato Olimpico avvenuta nel 1982 e mai più rientrata al punto che nel 1994 lo sport israeliano fu costretto a diventare membro del Comitato Olimpico Europeo.

Furono però gli accordi di Oslo del 1993 la molla che trasformò il Comitato Olimpico palestinese da istituzione simbolica ad effettiva realtà sportiva; il diritto palestinese all’autogoverno e la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese fecero sì che potesse iniziare il processo per il riconoscimento dell’autorità sportiva da parte del CIO. Ai Giochi Asiatici del 1994 che si svolsero nella città giapponese di Hiroshima si registrò la prima partecipazione di una delegazione palestinese. Fu Mohammed Rabie Al Turk, attualmente vicepresidente del Comitato Olimpico, l’unico rappresentante, impegnato nel torneo di Tennis Tavolo.

Due anni più tardi e 24 anni dopo il massacro di Monaco nel quale un commando di guerriglieri dell’organizzazione palestinese Settembre Nero fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico portando alla morte di 11 atleti, 5 terroristi e un poliziotto tedesco, la bandiera palestinese sfilò alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta sancendo la prima partecipazione di una squadra della Palestina alle Olimpiadi. Fu Majed Abu Maraheel, un trentatreenne membro di Forza 17, la guardia personale di Yasser Arafat, a ricevere la bandiera dalle mani del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e ad onorarla ad Atlanta nella prima batteria dei 10.000 dove, ricevendo una standing ovation dal pubblico presente, chiuse all’ultimo posto in 34’40″50 a quasi sette minuti dal vincitore, l’etiope Worku Bikila. Prima della gara Maraheel aveva dichiarato “il mio obiettivo non è vincere l’oro ma far sapere al mondo che esiste la Palestina”, un motto che sta alla base di tutte le partecipazioni olimpiche della squadra palestinese.

Sono due gli atleti palestinesi a partecipare all’edizione successiva delle Olimpiadi a Sydney che vedono la prima partecipazione di una rappresentante femminile. Infatti, oltre al marciatore Ramy Al Deeb, figlio di un espatriato in Egitto durante la crisi del 1948,   che chiude i 20 chilometri al quarantaquattresimo posto, partecipa la nuotatrice Samara  Nassar, nata a Betlemme in Cisgiordania ma fuggita con la famiglia in Giordania al punto che, dopo il sessantacinquesimo posto di Sydney, parteciperà alle Olimpiadi anche quattro anni dopo ad Atene ma sotto i colori giordani.

Pochi mesi prima dell’appuntamento olimpico di Atene 2004, la squadra palestinese balza agli onori della cronaca per l’inserimento tra i possibili partecipanti della quarantasettenne greca Sofia Sakorafa, già detentrice del record del mondo del Lancio del Giavellotto negli anni ottanta e attivista politica, che prende il passaporto palestinese per partecipare, come gesto simbolico, alle Olimpiadi. L’incapacità di ottenere la misura limite richiesta le impedisce in ogni caso di scendere in campo. Sono, quindi, tre gli atleti a partecipare; c’è il diciassettenne Raad Awaisat che si allena nella piscina ad una corsia nel cortile di casa nella parte orientale di Gerusalemme e nei 100 metri farfalla ottiene il cinquantanovesimo tempo, dieci secondi più lento del vincitore. Insieme a lui, la mezzofondista Sana’ Abu Bkheet che si allena sotto i missili a Deir AlBalah, nel centro della Striscia di Gaza, e corre gli 800 metri in 2’32” e Abdasalam Al Dabaji, ottavo nella sua batteria maschile sempre degli 800 metri.

Tra difficoltà di allenamento, piscine chiuse ed assenza di vere piste di atletica, sono quattro gli atleti palestinesi alle ultime Olimpiadi, a Pechino, la cui partecipazione è ancora una volta garantita dai fondi di solidarietà del CIO e le cui storie di lotta e sofferenza diventano sempre più oggetto degli articoli di “costume” che si sprecano nelle occasioni olimpiche. Come la storia della diciassettenne Gharid Ghoruf che si allena su una pista in terra battuta in quel di Gerico e tra problemi di visti e viaggi perigliosi si ritrova ai Campionati Mondiali di Osaka nel 2007 iscritta nella prova sbagliata, lei specialista delle gare veloci correrà nelle batterie degli 800 metri. A Pechino riesce a correre la sua prova, i 100 metri, e chiude al settimo posto della batteria con il tempo di 13″07. Non meglio vanno la cose alla sua compagna Zakia Nassar che nel Water Cube è iscritta ai 50 stile libero e trova una piscina di dimensioni olimpiche dopo anni di allenamento in un impianto pubblico da 12 metri. L’impatto con il grande nuoto le consente di migliorare il suo personale di sette secondi con la grande soddisfazione di toccare per prima nella seconda batteria seppure il suo tempo (31″97) la piazzi in settantanovesima posizione lontana anni luce dalla qualificazione ai turni successivi. Ma le luci dei riflettori sono per il portabandiera, il corridore Nader Al Masri, l’unico atleta della squadra che provenga dalla Striscia di Gaza dove negli ultimi anni si sono fatti più critici i rapporti con gli israeliani. La sua figura diventa simbolo di una presenza già di per sè simbolica come quella dei territori palestinesi ai Giochi al punto di conquistare l’onore di apparire su Time nella lista dei 100 atleti da seguire a Pechino. Sotto la spinta dei movimenti per i diritti umani Al Masri ottiene solo qualche settimana prima della Cerimonia di Apertura il permesso di trasferirsi dalla Striscia di Gaza a Gerico per poter allenarsi.

Oggi, a 18 mesi dalla Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi di Londra, i sogni olimpici si ripropongono e l’accordo della settimana scorsa potrebbe, in qualche modo, rendere meno impervia la via per gli atleti che saranno scelti a rappresentare la Palestina. La novità, in questa edizione, potrebbe essere rappresentata dall’attenzione, che finora ha latitato per motivi simbolici, agli espatriati o ai figli di espatriati. Un caso esemplare è arrivato negli ultimi anni dal Canottaggio dove la squadra palestinese è formata dal solo Mark Gerbar, nato a Filadelfia da madre ebrea e padre palestinese. Gerbar, (ora trentunenne), dopo qualche esperienza universitaria nel Nuoto e nel Canottaggio e il titolo di campione statunitense del 2003 nel Doppio Pesi Leggeri, ha deciso di sposare la causa palestinese e, oggetto a suo dire di discriminazione negli Stati Uniti, si è trasferito in Germania dove si è allenato con la squadra tedesca partecipando dal 2005 al 2009 a molte competizioni internazionali. Pur fallendo la qualificazione alle Olimpiadi di Pechino, Mark Gerbar ha ottenuto, con il suo sedicesimo posto nel Singolo Pesi Leggeri ai Mondiali del 2005 e del 2007, la miglior prestazione della storia dello sport palestinese in una rassegna iridata.

LONDRA 2012 E LO SPORT FUORILEGGE

Tiro a Segno13 marzo 1996: nella cittadina scozzese di Dunblare, Thomas Hamilton, un quarantaquattrenne disoccupato, entra nella palestra della scuola elementare e fa fuoco ripetutamente uccidendo sedici bambini tra i cinque e i sei anni e la loro insegnante per poi togliersi la vita. Quest’episodio, tra i cui superstiti vi è anche il tennista Andy Murray, conosciuto come il massacro di Dunblare scatena una fortissima campagna che con il supporto della maggioranza dell’opinione pubblica porta il governo conservatore di John Major a sancire il bando da Inghilterra, Scozia e Galles per tutte le pistole con l’eccezione delle calibro 22 che verranno messe fuorilegge l’anno successivo dal governo laburista di Tony Blair.

Il bando, ancora in vigore, prevede limitatissime eccezioni e, a differenza di quanto avviene in paesi con legislazioni analoghe come il Giappone, tra queste non rientra l’attività sportiva dove solo nelle specialità olimpiche ben tre gare vengono disputate con armi fuorilegge nel Regno Unito: la Pistola 50 metri maschile, la Pistola 25 metri femminile e la Pistola a fuoco rapido. In questi anni i tiratori britannici hanno potuto detenere le loro armi ed allenarsi solo nell’Irlanda del Nord, l’Isola di Man o le Channel Islands o, come accade per i tiratori di maggior livello, utilizzare la Svizzera come base per lunghi collegiali di allenament0 anche se ogni tiratore può confermare quanto importante sia la confidenza con l’arma negli esercizi “a secco” di tutti i giorni.

L’unica eccezione a questo bando è stata fino ad ora concessa nel 2002, in occasione dei Giochi del Commonwealth che si sono svolti a Manchester. Tiratori con le loro armi scortati da guardie armate fino ai capelli dall’aeroporto di Heathrow al centro federale di Bisley nel Surrey, misure di sicurezza da allarme rosso anche durante le gare con il pubblico separato dal campo di gara da vetri blindati e soldati armati.

Scelta Londra come sede delle Olimpiadi del 2012, il Comitato Organizzatore si è trovato di fronte, dopo 8 anni, allo stesso problema mentre da parte loro gli atleti britannici hanno iniziato a fare pressione per poter combattere ad armi pari. Solo da alcuni mesi i tiratori inglesi, tra i quali Georgina Geikie, una potenziale medagliata all’appuntamento a cinque cerchi, possono detenere la loro arma in patria mentre è ancora molto limitato l’accesso ai poligoni. Per l’evento olimpico, inoltre, è stato scelto un impianto privo di ogni fascino per le tre prove ancora fuorilegge (e per tutte le gare di Tiro a Volo e a Segno): si tratta delle Royal Artillery Barracks (la sede dei reparti di Artiglieria) di Woolwich alla periferia di Londra , ancora operative come caserme ed al cui interno sarà montata una struttura temporanea.