DALLA STRISCIA DI GAZA ALLE OLIMPIADI

Dopo la notizia degli accordi, raggiunti con la mediazione del Comitato Olimpico Internazionale, tra le autorità sportive israeliane e palestinesi rileggiamo la storia della Palestina alle Olimpiadi.

La squadra palestinese a Pechino 2008E’ dei giorni scorsi la notizia degli accordi, raggiunti con la mediazione del Comitato Olimpico Internazionale, tra le autorità sportive israeliane e palestinesi al fine di favorire la cooperazione dal punto di vista sportivo con lo scopo di aiutare gli atleti palestinesi a prepararsi per Londra 2012.  Di fatto l’accordo non andrà molto oltre il consentire a questi ultimi un accesso agli impianti di allenamento, favorendo la libera circolazione degli atleti e dei loro tecnici, funzionari e materiali innanzitutto tra Cisgiordania e Striscia di Gaza ma anche nei loro viaggi all’estero per evitare situazioni come quella che nel mese di ottobre del 2007 impedì alla nazionale di calcio di raggiungere Singapore per disputare un incontro valido per le qualificazioni alla Coppa del Mondo.

Per fare un po’ di storia del rapporto tra la moderna Palestina e il movimento olimpico è necessario ritornare al 1986 quando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, con sede a Tunisi e sotto la guida di Yasser Arafat, riuscì per ragioni simboliche e p0litiche a far riconoscere un Comitato Olimpico palestinese all’Olympic Council of Asia che si espresse, sotto la spinta dei paesi arabi, con voto unanime. La decisione provocò lo sdegno delle autorità israeliane per l’ammissione che si contrapponeva all’esclusione del loro Comitato Olimpico avvenuta nel 1982 e mai più rientrata al punto che nel 1994 lo sport israeliano fu costretto a diventare membro del Comitato Olimpico Europeo.

Furono però gli accordi di Oslo del 1993 la molla che trasformò il Comitato Olimpico palestinese da istituzione simbolica ad effettiva realtà sportiva; il diritto palestinese all’autogoverno e la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese fecero sì che potesse iniziare il processo per il riconoscimento dell’autorità sportiva da parte del CIO. Ai Giochi Asiatici del 1994 che si svolsero nella città giapponese di Hiroshima si registrò la prima partecipazione di una delegazione palestinese. Fu Mohammed Rabie Al Turk, attualmente vicepresidente del Comitato Olimpico, l’unico rappresentante, impegnato nel torneo di Tennis Tavolo.

Due anni più tardi e 24 anni dopo il massacro di Monaco nel quale un commando di guerriglieri dell’organizzazione palestinese Settembre Nero fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico portando alla morte di 11 atleti, 5 terroristi e un poliziotto tedesco, la bandiera palestinese sfilò alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta sancendo la prima partecipazione di una squadra della Palestina alle Olimpiadi. Fu Majed Abu Maraheel, un trentatreenne membro di Forza 17, la guardia personale di Yasser Arafat, a ricevere la bandiera dalle mani del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e ad onorarla ad Atlanta nella prima batteria dei 10.000 dove, ricevendo una standing ovation dal pubblico presente, chiuse all’ultimo posto in 34’40″50 a quasi sette minuti dal vincitore, l’etiope Worku Bikila. Prima della gara Maraheel aveva dichiarato “il mio obiettivo non è vincere l’oro ma far sapere al mondo che esiste la Palestina”, un motto che sta alla base di tutte le partecipazioni olimpiche della squadra palestinese.

Sono due gli atleti palestinesi a partecipare all’edizione successiva delle Olimpiadi a Sydney che vedono la prima partecipazione di una rappresentante femminile. Infatti, oltre al marciatore Ramy Al Deeb, figlio di un espatriato in Egitto durante la crisi del 1948,   che chiude i 20 chilometri al quarantaquattresimo posto, partecipa la nuotatrice Samara  Nassar, nata a Betlemme in Cisgiordania ma fuggita con la famiglia in Giordania al punto che, dopo il sessantacinquesimo posto di Sydney, parteciperà alle Olimpiadi anche quattro anni dopo ad Atene ma sotto i colori giordani.

Pochi mesi prima dell’appuntamento olimpico di Atene 2004, la squadra palestinese balza agli onori della cronaca per l’inserimento tra i possibili partecipanti della quarantasettenne greca Sofia Sakorafa, già detentrice del record del mondo del Lancio del Giavellotto negli anni ottanta e attivista politica, che prende il passaporto palestinese per partecipare, come gesto simbolico, alle Olimpiadi. L’incapacità di ottenere la misura limite richiesta le impedisce in ogni caso di scendere in campo. Sono, quindi, tre gli atleti a partecipare; c’è il diciassettenne Raad Awaisat che si allena nella piscina ad una corsia nel cortile di casa nella parte orientale di Gerusalemme e nei 100 metri farfalla ottiene il cinquantanovesimo tempo, dieci secondi più lento del vincitore. Insieme a lui, la mezzofondista Sana’ Abu Bkheet che si allena sotto i missili a Deir AlBalah, nel centro della Striscia di Gaza, e corre gli 800 metri in 2’32” e Abdasalam Al Dabaji, ottavo nella sua batteria maschile sempre degli 800 metri.

Tra difficoltà di allenamento, piscine chiuse ed assenza di vere piste di atletica, sono quattro gli atleti palestinesi alle ultime Olimpiadi, a Pechino, la cui partecipazione è ancora una volta garantita dai fondi di solidarietà del CIO e le cui storie di lotta e sofferenza diventano sempre più oggetto degli articoli di “costume” che si sprecano nelle occasioni olimpiche. Come la storia della diciassettenne Gharid Ghoruf che si allena su una pista in terra battuta in quel di Gerico e tra problemi di visti e viaggi perigliosi si ritrova ai Campionati Mondiali di Osaka nel 2007 iscritta nella prova sbagliata, lei specialista delle gare veloci correrà nelle batterie degli 800 metri. A Pechino riesce a correre la sua prova, i 100 metri, e chiude al settimo posto della batteria con il tempo di 13″07. Non meglio vanno la cose alla sua compagna Zakia Nassar che nel Water Cube è iscritta ai 50 stile libero e trova una piscina di dimensioni olimpiche dopo anni di allenamento in un impianto pubblico da 12 metri. L’impatto con il grande nuoto le consente di migliorare il suo personale di sette secondi con la grande soddisfazione di toccare per prima nella seconda batteria seppure il suo tempo (31″97) la piazzi in settantanovesima posizione lontana anni luce dalla qualificazione ai turni successivi. Ma le luci dei riflettori sono per il portabandiera, il corridore Nader Al Masri, l’unico atleta della squadra che provenga dalla Striscia di Gaza dove negli ultimi anni si sono fatti più critici i rapporti con gli israeliani. La sua figura diventa simbolo di una presenza già di per sè simbolica come quella dei territori palestinesi ai Giochi al punto di conquistare l’onore di apparire su Time nella lista dei 100 atleti da seguire a Pechino. Sotto la spinta dei movimenti per i diritti umani Al Masri ottiene solo qualche settimana prima della Cerimonia di Apertura il permesso di trasferirsi dalla Striscia di Gaza a Gerico per poter allenarsi.

Oggi, a 18 mesi dalla Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi di Londra, i sogni olimpici si ripropongono e l’accordo della settimana scorsa potrebbe, in qualche modo, rendere meno impervia la via per gli atleti che saranno scelti a rappresentare la Palestina. La novità, in questa edizione, potrebbe essere rappresentata dall’attenzione, che finora ha latitato per motivi simbolici, agli espatriati o ai figli di espatriati. Un caso esemplare è arrivato negli ultimi anni dal Canottaggio dove la squadra palestinese è formata dal solo Mark Gerbar, nato a Filadelfia da madre ebrea e padre palestinese. Gerbar, (ora trentunenne), dopo qualche esperienza universitaria nel Nuoto e nel Canottaggio e il titolo di campione statunitense del 2003 nel Doppio Pesi Leggeri, ha deciso di sposare la causa palestinese e, oggetto a suo dire di discriminazione negli Stati Uniti, si è trasferito in Germania dove si è allenato con la squadra tedesca partecipando dal 2005 al 2009 a molte competizioni internazionali. Pur fallendo la qualificazione alle Olimpiadi di Pechino, Mark Gerbar ha ottenuto, con il suo sedicesimo posto nel Singolo Pesi Leggeri ai Mondiali del 2005 e del 2007, la miglior prestazione della storia dello sport palestinese in una rassegna iridata.

IERI & OGGI: E IL LIBANO SOTTO ASSEDIO SCONFISSE LA FRANCIA

Nel corso della storia non sono mai mancate, in occasione di Giochi Olimpici o Mondiali, sfide sportive che mettevano di fronte colonizzatori e colonizzati. Ma questa aveva un fascino tutto particolare.

Libano-FranciaNel corso della storia non sono mai mancate, in occasione di Giochi Olimpici o Mondiali, sfide sportive che mettevano di fronte colonizzatori (europei) e colonizzati (africani, americani o asiatici). Ma questa aveva un fascino tutto particolare.

È il 23 agosto del 2006 ed in Giappone si gioca la penultima giornata del girone A dei Mondiali di basket maschile. A Sendai si affrontano due squadre che, in comune, hanno forse la lingua parlata. Da una parte c’è la Francia terza classificata agli Europei di un anno prima che, pur priva della stella Tony Parker, può schierare un parterre de roi di assoluto rispetto: Gomis e Florent Piétrus hanno vinto il campionato spagnolo con l’Unicaja Málaga, mentre sono ben quattro i giocatori – Diaw, Petro, Mickaël Piétrus e Turiaf – impegnati nella NBA. Dall’altra c’è il Libano, alla seconda partecipazione mondiale della sua storia, guidato in panchina da un allenatore giramondo, lo statunitense Paul Coughter. I suoi uomini giocano tutti in patria. Per la nazionale mediorientale non è una partita qualsiasi. Perché una vittoria potrebbe far avvicinare la squadra allo storico traguardo degli ottavi di finale. Perché, nel lungo arco temporale compreso tra i due conflitti mondiali, il Libano era un protettorato francese. E, soprattutto, perché il loro paese è in guerra da oltre un mese con Israele: a dir la verità da nove giorni è entrato in vigore il cessate il fuoco, ma è solo con la fine del blocco navale imposto dagli israeliani che, a settembre, calerà definitivamente il sipario su un’altra pagina di sangue in Medio Oriente. La preparazione ai Mondiali è stata un vero incubo per i giocatori, che si allenavano sapendo che gli F16 israeliani sorvolavano sulle loro case. E poi l’odissea per raggiungere Turchia e Slovenia, per disputare due tornei di preparazione, tra aeroporti bombardati ed autostrade danneggiate che, di fatto, avevano isolato il paese. I giocatori non volevano saperne di andare al Mondiale: troppo importante la vita dei loro familiari. Ma, alla fine, la spedizione libanese parte alla volta della terra del Sol Levante: dopo la vittoria all’esordio contro il Venezuela, i mediorientali hanno perso contro Serbia-Montenegro ed Argentina. E adesso ci sono loro, i colonizzatori.

Il parquet di Sendai sovverte inizialmente il pronostico che vede la Francia favorita: la stella Fadi El Khatib trascina il Libano con le sue giocate, sul fronte francese l’assenza dell’infortunato Jeanneau si traduce in una fase offensiva molto compassata e stagnante. Dopo il sostanziale equilibrio delle battute iniziali, il Libano prende il largo grazie ad un paio di tiri liberi di Roy Samaha: le due squadre chiudono così il primo quarto sul 21-14. Anche nel successivo la Francia non fa molto per arginare le folate libanesi: una schiacchiata di Mickaël Piétrus riduce il distacco a due sole lunghezze, ma un lay-up di El Khatib e le bordate di Rony Fahed, complesa una tripla, riportano avanti la nazionale mediorientale che va al riposo con il massimo vantaggio (43-30).

La Francia, tuttavia, si risveglia brutalmente nella seconda metà dell’incontro: gli uomini di Claude Bergeaud assestano un parziale di 9-0 e poi, grazie al canestro del madridista Gelabale, ancora una volta si portano a due punti di ritardo dal Libano. Dilapidato il prezioso vantaggio, i mediorientali rialzano la testa ed è il solito El Khatib a mantenerli in vita con i suoi punti. Ma è soprattutto Florent Piétrus il protagonista dell’ultimo quarto: il giocatore dell’Unicaja regala spettacolo con rimbalzi e schiacchiate. Regala soprattutto punti preziosi alla Francia che consentono di risalire la china: mediorientali e transalpini giocano a rincorrersi, con i primi che viaggiano a una media di quattro punti di vantaggio. Fino a quando Boris Diaw, pure lui uscito dal guscio dell’anonimato nella seconda parte, non fissa il risultato sul 68-68. La gioia per aver agganciato, dopo un lungo inseguimento, il Libano dura tuttavia il breve spazio di una dozzina di secondi: Rony Fahed mette dentro una tripla e dà nuovamente il vantaggio alla sua squadra. Manca un minuto e mezzo alla fine. E la Francia deve recuperare tre punti. Florent Piétrus non fallisce dalla lunetta e così pure Foirest: adesso sono i libanesi a dover inseguire (72-71) quando mancano quaranta secondi. Ti aspetti una giocata decisiva di El Khatabi – a fine gara sarà il miglior marcatore con 29 punti personali – e invece è Joseph “Joe” Vogel, centro di origini statunitensi, a scrivere la storia del basket: riceve palla, si gira, segna subendo fallo e poi realizza il tiro libero aggiuntivo. 74-72. L’appuntamento con la storia è lì a ventiquattro secondi, ma c’è ancora da soffrire: Diaw va in lunetta, può riequilibrare nuovamente le sorti dell’incontro a sei secondi dalla conclusione. Mette dentro il primo: 74-73. Prosegue con il secondo. Il tiro è corto, la palla tocca il ferro e torna in campo: all’ultimo secondo finisce tra i palmi di Foirest che tenta il tiro della disperazione. Palla fuori bersaglio. Fischio finale. Vince il Libano delle famiglie sotto assedio, vince il Libano senza giocatori nella NBA, vince il Libano umile contro una Francia presuntuosa. “Siamo stati davvero deludenti e non abbiamo preso abbastanza sul serio la partita – ammette a fine partita Bergeaud – questo è un momento storico per noi perché non abbiamo rispettato i nostri avversari”. Con il sorriso fanciullesco di chi ha appena compiuto un’impresa, Khalaf commenta una vittoria inattesa: “Questa vittoria, comunque, non significa nulla se domani non facciamo risultato contro la Nigeria. Per me, quella partita è più importante del successo di oggi”.

Ma il miracolo non si ripeterà: il Libano esce sconfitto 95-72 contro la formazione africana, fallendo così la qualificazione al turno successivo. La Francia avanza e chiuderà al quinto posto la sua avventura in terra nipponica. Ma sulle maglie dei transalpini rimarrà per sempre incancellabile la macchia della sconfitta contro i libanesi. I quali tornano comunque a casa con una storia da poter raccontare ai propri figli, nel frattempo tornati alla normale vita di tutti i giorni dopo il cessate il fuoco del 14 agosto. Eccola, la vittoria più bella, da aggiungere al 74-73 di Sendai.

Simone Pierotti