PASTA DEL CAPITANO

Nel cricket il capitano ha un’importanza maggiore rispetto ad ogni altro sport: è lui che nel corso della partita ha il compito di impostare la strategia di gioco, nonché di scegliere l’ordine dei suoi uomini in battuta e i turni dei lanciatori. E Alessandro Bonora non è da meno. Il batsman azzurro è nato a Bordighera, ma è cresciuto e vive in Sudafrica: è uno dei veterani di questa squadra, avendo fatto il proprio esordio in maglia azzurra nel 2000.

Alessandro, come giudichi il torneo dell’Italia?

«Siamo davvero molto contenti di come è andata. Certo, sarebbe stata una gran cosa per il cricket italiano se fossimo passati in Seconda Divisione. In realtà abbiamo persino avuto la possibilità di farlo, tuttavia fin dall’inizio c’eravamo detti che un’eventuale promozione sarebbe stata un extra, perché il nostro reale obiettivo era quello di rimanere in Terza Divisione, un risultato che in precedenza non era mai stato raggiunto nella storia del cricket italiano. Abbiamo anche accresciuto la nostra posizione nel ranking mondiale (24° posto): mai in passato erano stati raggiunti questi livelli. Per questo siamo veramente entusiasti del risultato e sentiamo di aver fatto un ulteriore passo in avanti nello sviluppo del cricket italiano».

Come giudichi dal punto di vista personale il tuo torneo?

«Sono molto soddisfatto delle mie prestazioni. Devo ammettere che mi ero caricato addosso troppa pressione per la voglia di migliorare le mie performance rispetto allo scorso agosto a Bologna. Sono davvero contento anche perché ho finalmente messo a segno un century (segnare più di 100 punti. 124 not out nello specifico, ndr) con la maglia dell’Italia: il mio primo dopo 12 anni di gioco».

Qual è stato il momento più bello del torneo?

«Sicuramente la vittoria contro gli Stati Uniti che ci ha garantito la salvezza in Terza Divisione. Eravamo molto tesi prima della partita e la pressione era altissima perché, di fatto, si trattava di una finale: chi vinceva era salvo, chi perdeva sarebbe retrocesso. Abbiamo sofferto molto contro Papua Nuova Guinea, Oman e Hong Kong, tre partite che potevamo vincere: per noi è stato molto difficile accettare il fatto di non averne vinta nemmeno una delle tre. L’aver tenuto testa agli Stati Uniti, una delle favorite del torneo nonché la squadra che ci aveva battuto ad agosto nella finale, è stato per noi motivo di grande orgoglio. Quella vittoria ha dimostrato che la nostra squadra ha testa e cuore e che negli ultimi due tre anni siamo riusciti a compiere un salto di qualità notevole».

Qual è stata la squadra più forte che avete affrontato?

«È difficile rispondere: tutte le squadre, come hanno dimostrato i risultati, si equivalevano. Secondo me, nel lancio e nel fielding Papua Nuova Guinea si è rivelata la più forte, ma in battuta abbiamo sofferto molto contro Oman e Hong Kong. Questi ultimi, soprattutto, hanno dimostrato una grande voglia di vincere».

Come hai trovato Hong Kong?

«Per me è stata un’esperienza bellissima e molto interessante. Nelle strade c’era moltissima gente, i grattacieli sembravano non finire mai. Inoltre ho incontrato suoni, colori e cibi che non avrei mai immaginato. I campi da cricket erano magnifici e siamo stati ospitati in maniera assai generosa. Siamo invece stati sorpresi dal clima: nessuno si aspettava che in Asia potesse essere così freddo. La prima sera, quindi, siamo stati costretti a correre ai ripari comprandoci delle giacche».